Ventitre anni fa la strage di Capaci e via D’Amelio

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Ventitre anni fa, in un pomeriggio afoso, saltava in aria l’autostrada che collega Capaci a Palermo. Su quella tratta, saltavano anche alcune auto e morivano gli occupanti delle stesse. Il giudice Giovanni Falcone e sua moglie, anch’essa giudice, Francesca Morvillo. La coppia, però, non era sola, era accompagnata dalla scorta del giudice Falcone, che lo seguiva ovunque, per difenderlo da attentati della mafia, di cui l’uomo era stato minacciato. Con loro morirono, infatti gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Uomini delle forze dell’ordine che cercavano di proteggere chi alla mafia siciliana, si opponeva con i propri mezzi, chi cercava la legalità, chi voleva cambiare la Sicilia.

Erano anni duri e difficili, quelli in cui, spesso i giudici si ritrovavano soli, senza appoggio delle istituzioni, senza aiuti e senza sostegni dei colleghi. Anni in cui la mafia e i suoi capi, riuscivano a tenere in scacco non solo i politici del posto, ma l’intero sistema politico, l’intera popolazione, grazie alla lupara, alla sparizione di uomini, donne e bambini, grazie alla paura. In questa atmosfera viveva e lottava Giovanni Falcone, accanto all’amico e combattente come lui, Paolo Borsellino. Insieme avevano affrontato il maxi processo alla mafia e sapevano di essere da sempre, nel mirino dei capi mafiosi. Non a caso, solo un due mesi dopo, un’altra bomba, sistemata questa volta in via D’Amelio, sotto il palazzo della madre, uccise Paolo Borsellino e la sua scorta, composta da Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonio Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta

L’uccisione dei due magistrati a così poca distanza l’uno dall’altro, fu vista come una resa da parte dello Stato Italiano che non aveva saputo proteggere i suoi funzionari. Non a caso, durante i funerali del giudice Falcone i politici furono aggrediti verbalmente dalla folla, accusati di aver lasciato solo, isolato e senza una reale protezione Giovanni Falcone. Lo stesso avvenne per le esequie del giudice Borsellino, dove la moglie, non volle nemmeno i funerali di Stato, perchè non volle quelli che considerava i colpevoli della morte dei del marito.

Chi invece rimase sempre accanto alle forze dell’ordine, ai giudici che ebbero il compito di prendere sulle proprie spalle l’eredità di Falcone e Borsellino, fu la gente, oltre, naturalmente alle centinaia di uomini delle forze dell’ordine che continuarono e continuano ancora oggi, a contrastare le mafie.

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La morte dei due giudici, famosi anche all’estero e rispettati negli Stati Uniti, nonchè il modo in cui furono trucidati e la distanza di tempo, colpì non solo gli italiani, ma anche le tante persone che ne ebbero notizia all’estero. Accanto alla lotta delle mafie, scese in prima fila la Scuola, che si prese il compito di sensibilizzare gli studenti di ogni ordine e grado, di insegnare loro a lottare e contrastare forme di potere quali le mafie e di ricordare ogni anno le figure dei due giudici.

Oggi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono diventati gli eroi della lotta alla mafia, ricordati ogni anno, in questo periodo da migliaia di studenti. Quest’anno a Palermo se ne attendono 40.000, ma non solo da ogni parte d’Italia, bensì anche dall’Europa e dagli Stati Uniti. Studenti che arriveranno a Palermo per onorare non solo i giudici, ma anche gli agenti di scorta morti insieme a loro, sensibilizzati da anni di lavoro da parte dei familiari delle vittime, che hanno continuato a lottare con i propri mezzi contro le mafie, ma anche contro le istituzioni, permettendo di non dimenticare gli errori, i morti, l’impegno.

Non solo Palermo, ma in tante scuole, in tante piazze, in tante sedi di associazioni, oggi è il giorno del ricordo, della lotta, dell’onore a chi, della legalità, dello stato, della giustizia, ha fatto un sacrificio di vita terrena, fino a quello imperdibile della morte.

«La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni

(Giovanni Falcone, in un’intervista a RaiTre)

«Io accetto la… ho sempre accettato il… più che il rischio, la… condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e, vorrei dire, anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto, ad un certo punto della mia vita, di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli.
Il… la sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi in, come viene ritenuto, in… in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me.
E so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare… dalla sensazione che, o financo, vorrei dire, dalla certezza, che tutto questo può costarci caro.

(Paolo Borsellino, intervista a Sposini, inizio luglio 1992)

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