Vecchi tempi al teatro Palladium

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Giovedì 3, Venerdì 4, Sabato 5 novembre  – ore 21,00 la Florian Metateatro Centro di Produzione Teatrale
presenta “Vecchi tempi” di Harold Pinter, traduzione Alessandra Serra e regia Pippo Di Marca, con Deeley – Fabrizio Croci, Kate – Francesca Fava, Anna – Anna Paola Vellaccio.

Scene e costumi – Laboratorio Florian Metateatro, assistente alla regia – Diletta Buschi, direttrice di scena  – Marilisa D’Amico, luci – Renato Barattucci, registrazioni audio – Globster, grafica – AltraStella, organizzazione – Ilaria Palmisano, produzione – Massimo Vellaccio, cura – Giulia Basel.

Teatro Palladium, Piazza Bartolomeo Romano 8, 00154 Roma, Ingresso: Intero €15 –  Ridotto €10 – €5 studenti 

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Definito dalla critica lo spettacolo più bello più bello del regista Pippo Di Marca, arriva al Palladium, per tre giorni consecutivi – 3, 4 e 5 novembre – Vecchi tempi, tra i migliori testi del premio Nobel Harold Pinter: una produzione Florian Metateatro di Pescara interpretata da Fabrizio Croci, Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio.
Un uomo e una donna vivono da soli in una casa solitaria vicino al mare e una sera aspettano a cena una vecchia amica di lei. Non si vedono da vent’anni. Con l’uomo di lei non si conoscono. Quando l’amica arriva si crea un triangolo apparentemente classico. In realtà è come se tutto il loro mondo, sia della coppia che dell’ospite, deflagrasse. Niente è più come prima. Nessuna cosa o impressione o ricordo è certa. Tutto è ambiguo, vagamente panico. E’ come se la loro vita, i loro ricordi fossero inconsistenti, improbabili, addirittura irreali, cioè impossibili, come se tutto si sfarinasse e andasse in rovina irreparabilmente, se il sentimento, qualunque sentimento, non potesse avere più forma o senso o credibilità o dicibilità. E il finale è sospeso, come le loro vite: sospeso dalla stessa vita: un rebus che non ha conclusione. Lunghi silenzi, pause, lapsus, scene montate come flashback cinematografici: dietro tutto questo si nasconde l’angoscia dei tre personaggi  sopraffatti dallo scorrere del tempo, intrappolati nella stanza dove si svolge il dramma. Celata dietro l’apparenza di una innocente e realistica commedia, mano a mano il testo offre uno scenario diverso in cui, attraverso l’uso del linguaggio, emerge tutta la drammaticità dell’incomunicabilità fra i personaggi. Nei fitti dialoghi, carichi di ambiguità, di pause e di silenzi, si scorgono tratti del teatro beckettiano, così come si percepisce l’anticipazione di tanta parte della più recente produzione drammaturgica.  

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Pippo di Marca, “uno dei migliori registi teatrali della sua/mia generazione, ma un raffinato teorico, veramente metateatrale, della scena contemporanea”, come scriveva Renato Nicolini, ha trattato il testo con uno sguardo indagatore, da filologo, scavando nel senso delle parole come un archeologo, fino a svelare la condensa di oscurità e di nevrosi che investe i personaggi, incapaci di condividere un ricordo in maniera oggettiva. Ma come scrive Di Marca nelle note di regia  “Il teatro, purtroppo, o per fortuna, è anche altro: è corpo. Il corpo in cui ogni volta si incarna la parola. La fa diventare gesto, musica, “visione” dal vivo, passione, sentimento, azione, delirio, finzione ecc…   I corpi, le “persone”, inprescindibili, dei tre validi interpreti, Fabrizio Croci, Francesca Fava e Anna Paola Vellaccio. Partecipi, sensibili, appassionati, compresi, in una “sfida” certamente non facile.” 

 

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