Un videogioco “teatrale”

It’s app to You è spettacolo assai elogiato e premiato, basta farsi un giro in rete per trovare recensioni piuttosto entusiaste e pure parecchio spoiling a dir lo vero relativamente alla trama
Abbiamo visto all‘ITC Teatro di San Lazzaro, comune contiguo alla città di Bologna, lo spettacolo It’s app to You della compagnia Bahamut, in qualche modo venendo meno alla nostra propensione per il teatro off. L’ITC è teatro importante, vincitore addirittura di un premio UBU.
It’s app to You è spettacolo assai elogiato e premiato, basta farsi un giro in rete per trovare recensioni piuttosto entusiaste e pure parecchio spoiling a dir lo vero relativamente alla trama: le sinossi, teatrali in specie, è genere letterario a sé stante (giocoforza anche per motivi promozionali)… e sul quale occorrerebbe fare un discorso più generale. E cioè, che tra ciò che si legge e ciò che si vede e dunque tra aspettativa e sua più o meno soddisfazione, spesso si inserisce un terzo tempo teatrale tutto nella testa del lettore/spettatore. O, per meglio dire, le recensioni e le presentazioni sono in qualche modo parte integrante dello spettacolo (?) e dunque vanno maneggiate (ed elaborate) con cura. Ad esempio, nel caso specifico di It’s app to you,ci aspettavamo di vedere uno spettacolo che trattasse del nostro rapporto con i social tema quanto mai diffuso perché antropologicamente attuale. Se non con i social quanto meno con la realtà virtuale. Ma alla fine così non è stato. Va però preventivamente fatta un po’ di tara: lo spettacolo, premiato a In-box, è di giovanissimi per giovanissimi (se non volontariamente per lo meno nell’immaginario): lo conferma la grafica fumettista e simil-pop… il che poi non vuol dir molto… un buono spettacolo è sia per grandi che per piccini, ma in questo caso fa la differenza. Perchè si parla di videogiochi appunto (e che ce l’ha più l’età…) e su questa tematica però – peraltro significativa per una buona parte della popolazione mondiale (ma sarebbe da dire che la simulazione è prerogativa della razza umana…) – la compagnia vi innesta il tema filosofico del solipsismo (e qui, detto francamente, ci abbiamo capito poco).
Cosa inscena concretamente lo spettacolo? Tra di noi, cioè seduto tra il pubblico, uno dei protagonisti, Luigi, viene per così dire coinvolto in un videogioco e interagisce con l’avatar di quest’ultimo, una ragazza (o meglio un algoritmo di ragazza) che Luigi chiamerà Treccia. A dirigere il tutto un terzo personaggio che anima l’avatar Treccia e le presta la voce (da qui una serie di gags esilaranti). Una volta sul palco inizia il gioco, come fosse un videogioco classico fino al(l’immancabile) finale “a sorpresa” che ovviamente non riveliamo altrimenti rischiamo di far parte anche noi dello spettacolo… e di rovinarlo. E qui veniamo alle sinossi-recensioni in cui si parla, ad esempio, di “videogioco interattivo, una missione da compiere, un personaggio totalmente privo di libertà e un altro convinto che l’intero mondo dipenda dalla sua volontà. E se interfaccia virtuale e giocatore fossero due facce della stessa medaglia?”, però a dir lo vero questa idea non passa, cioè sì sarebbe stato interessante inscenarla ma almeno su di noi ciò non è avvenuto. Ancora: “nell’era del videogioco è possibile andare a teatro ed essere chiamati per diventare protagonisti di un gioco interattivo, così come è capitato al Player 47, un improvvisato gamer scelto casualmente dalla consolle onnisciente di “It’s App to you (…) a tenere insieme le redini della piattaforma virtuale è l’algoritmo, impersonato da un giovane ragazzo il cui vestiario ricalca l’immaginario tipico dei villain dei film d’azione” e se non ci fossero state le recensioni mai avremmo immaginato che l’uomo che parla e che dirige l’azione di Treccia sia l’algoritmo (o forse è un “nostro limite”); il fantomatico algoritmo che può dirsi ormai che domini le nostre vite. Certo, a patto però di essere consapevoli che dietro l’algoritmo ci sono uomini (e donne) in carne ed ossa che li programmano li vendono ci guadagno. Insomma qui siamo all’umanizzazione del codice binario come fosse una sorta di divinità (ma è davvero così? E allora perché non spingere fino in fondo questa intuizione distopica e immaginare uno spettacolo che metta in scena la mitologia moderna della rete; una sorta di Orestea in salsa matrix?). É da questa incongruenza che a mio avviso nascono i (miei) problemi con questo spettacolo: ci sono infatti diverse confusioni, diverse irresolutezze. E’ come se la cornice fosse prevalsa sul resto: la confezione sul prodotto confezionato, il contenitore sul contenuto. Addirittura, sempre stando alle sinossi-presentazioni spulciate in rete (a proposito di algoritmi che dominano le nostre vite) lo spettacolo si è ispirato ad Orgia di Pasolini: It’s app to you nasce dalle suggestioni di Orgia di Pier Paolo Pasolini. Ne sono protagonisti tre personaggi che portano il pubblico in un luogo immerso tra realtà e virtualità, nel quale la tecnologia diventa un termine di confronto per mettere in discussione umanità e libero arbitrio. Perlomeno questo riferimento ci ha fatto venire voglia di rileggerlo ma tranne che per una frase (il concertino di angeli sulle pareti del mio cranio) francamente non ci sembra avere granché attinenza con lo spettacolo (lì si parla di diversità, di crisi (perpetua) della borghesia e di tanta altra roba). E così dicasi per il racconto sul solipsismo … cosa significa: cosa vuole … che il nostro rapporto con la rete i computer i media social ci renderà sempre più isolati, autoreferenziali? E in fine, il finale… è come se ci fossero state tante idee, come una sorta di tanta carne al fuoco che è risultata essere poco cotta. O meglio, poco incisiva. Non perché poi il teatro debba rispondere alle domande (anche se a nostro umile avviso in quest’epoca più che domande il teatro e l’arte in genere dovrebbe dare risposte.); non è che tutto debba essere chiaro, ma all’uscita dello spettacolo non ci è rimasta grande traccia di quel che abbiamo visto. Anche lo stesso coinvolgimento del pubblico: il tanto auspicato temuto riflettuto dibattuto coinvolgimento del pubblico (per farlo riflettere per condividere un’esperienza) si è “ridotto” a “… creare il proprio avatar con l’ausilio di una piccola e pratica matitina Ikea non cancellabile”.
Il cosiddetto coinvolgimento è proseguito poi con la scelta di uno spettatore a metà spettacolo per svolgere una gara con il giocatore sul palco e suonare una trombetta dopo aver riconosciuto un brano musicale… il coinvolgimento del pubblico è suonare una trombetta sul palco. Da questo punto di vista abbiamo trovato più interessante, più esperienziale lo spettacolo Follower di Pietro Dattola con la brava Flavia Germana De Lipsis
Però alla fine funziona perché come si diceva, confezionato benissimo: gli attori tutti bravi: Andrea Delfino, il fantomatico algoritmo; Paola Giannini l’avatar Treccia con una mimica corporea bella squadrata e indomita e Leonardo Manzan anche regista che è Luigi, il ragazzo “qualunque” e in questo senso, bravissimo (è facile caratterizzare un pazzo, un drogato, assai meno dar vita a “uno o una qualunque”). Assistente alla drammaturgia Camilla Mattiuzzo. In ultimo ma non per ultimo, il fatto che lo spettacolo sia nato alla Palo Grassi la gloriosa Paolo Grassi di Milano e da qui forse quel confezionamento impeccabile (e anche un po’ tradizionale che pure tanto piace oggidì…). Anzi, è meritorio questo tradizionalismo che riporta il teatro ai suoi fasti, ai suoi diciamo così fondamentali: ottime interpretazioni, buona scenografia, uso del corpo della voce, un testo a orologeria…
Forse però l’esperienza antropologica che stiamo vivendo negli ultimi 60 anni con l’avvento dei media elettrici aspetta ancora altri cantori e attori per essere sacralizzata (nel senso ambiguo di sacer) su un palco. Ma una certezza però resta il teatro resterà sempre un medium unico e necessario, in quanto diverso da quello degli schermi, un medium paradossalmente vicino e lontano: vicino fisicamente, ma proprio per questo stimolatore di una distanza mentale che uno schermo invece non richiede.
Uno schermo ipnotizza, teatro sveglia.





