“Toghe rosso sangue”, il racconto della mattanza dei giudici

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Foto Sissi Corrado©

Lo spettacolo teatrale “Toghe rosso sangue” racconta della mattanza dei giudici italiani, che si ispira al libro omonimo di Paride Leporace, scritto da Giacomo Carbone e interpretato da Francesco Polizzi, Emanuela Valiante, Diego Migeni, Sebastiano Gavasso, è andato in scena al Teatro Sala Vignoli di Roma.

È sempre difficile portare in scena la verità, racconti di vita reale e dolorosamente attuali. Questi sono difficili da raccontare perché fanno ancora male non solo alle famiglie dei protagonisti, ma anche a chi quelle storie le ha vissute. I magistrati italiani uccisi da terroristi o mafiosi sono 29, un lungo elenco che comincia con l’uccisione di Antonio Giannola nel 1960 e arriva al 2015, con l’uccisione di Fernando Ciampi, passando per tutti gli altri, che vanno citati per il loro impegno nel loro paese: Agostino Pianta 1969, Pietro Scaglione 1971, Francesco Ferlaino 1975, Francesco Coco 1976, Vittorio Occorsio 1976, Riccardo Palma 1978, Girolamo Tartaglione 1978, Fedele Calvosa 1978, Emilio Alessandrini 1979, Cesare Terranova 1979, Nicola Giacumbi 1980, Girolamo Minervini 1980, Guido Galli 1980, Mario Amato 1980, Gaetano Costa 1980, Gian Giacomo Ciaccio Montalto 1983, Bruno Caccia 1983, Rocco Chinnici 1983, Alberto Giacomelli 1988, Antonino Saetta 1988, Rosario Angelo Livatino 1990, Antonio Scopelliti 1991, Giovanni Falcone e Francesca Morvillo 1992, Paolo Borsellino 1992, Luigi Daga 1993, Paolo Adinolfi scomparso a Roma il 2 luglio 1994. Un lungo elenco che attraversa l’Italia da nord a sud, soffermandosi, con orrore, anche nel centro del nostro paese.

Uomini dello Stato uccisi dalle organizzazioni criminali o dal terrorismo che sia nero o rosso, non fa differenza, oppure, come nel caso del giudice Pianta, da un uomo che aveva subito una condanna ingiusta. Uomini che, ad esclusione di alcune poche vittime, ora restano nell’oblio dello stato, dimenticati da chi avrebbe dovuto proteggerli, o almeno ricordarli.

Il libro nasce proprio dall’esigenza di ricordare le vite e il lavoro svolto da queste persone, alla ricerca della giustizia, nel rispetto della legge, e lo spettacolo teatrale è la diretta conseguenza di questa esigenza. Il teatro si avvale di una forma d’arte sociale immensa, che spinge lo spettatore a riflettere più intensamente dinanzi a modi, presenze, gesti, racconti. Esso non offre risposte. Non tutte le storie sono le stesse o possono essere messe sullo stesso piano, ma si cerca di ricordare e stare accanto a chi, attraverso quegli atti atroci, ha perso un padre, un amico, un fratello.

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Lo spettacolo si presenta con una scenografia minimale, quattro sedie per quattro attori, su uno sfondo nero, e loro, i protagonisti, vestiti in modo sobrio, decisi.

Gli attori sul palco si trasformano secondo le storie, gestiscono personaggi non divisi in vittime e carnefici, ma in uomini. Nei racconti delle storie, non solo le tragedie, ma anche i sentimenti, accompagnati da quelli dei familiari, i più colpiti da questi eventi tragici che cambiano improvvisamente la loro vita. Importante l’accostamento tra il giudice uomo e la sua famiglia: chi spara contro un giudice, non spara solo contro di lui, ma anche contro la sua famiglia.

Gli attori permettono ad Alessandrino, uno degli assassini, di parlare, confessarsi, ma anche di scoprire una dura realtà. Si lascia parlare loro, e la loro vita si scontra duramente con quella dei figli delle vittime, che possono solo ricordare. Spesso quei terroristi che portavano avanti le loro idee in modo stragista, li si incontra nelle sedi universitarie, a parlare, ancora di quelle idee che li hanno portati a uccidere. Inseriti in un circolo che li mette in evidenza, mentre ci si dimentica delle vittime e delle famiglie delle vittime, in una giustizia che perde la sua memoria storica e sociale.

Molto simbolica, prepotente, forte, è la scena in cui le sedie vengono scaraventate continuamente in terra, alzate e scaraventate. Tempi e modi sono perfetti perché lo spettatore si indigni, rattristi, prenda coscienza della difficoltà, del dolore, della rabbia, della disperazione ma che si appropri anche della voglia di combattere.

È visibile qui, la voglia di non arrendersi, che nasce dallo spettacolo e si insinua, lentamente, nel pensiero degli spettatori posti dinanzi alla realtà delle scene, delle storie, accompagnata dai gesti e dalle parole degli attori, che ci trasportano, attraverso le storie di vita dei giudici, nella storia dell’Italia, che è la nostra storia. Essa rappresenta la parte migliore dello spettacolo, perché nonostante la rabbia per le morti ingiuste, per le giustizie ancora inespresse, pone tutti nelle condizioni di voler mettere fine a queste inesattezze e quindi verso il riscatto delle ingiustizie.

Quest’ultimo concetto predomina la scena e il racconto anche grazie agli attori, cristallini e convinti delle loro parole. Si nota che la loro interpretazione non è solo sentita, ma è vissuta in prima persona. Magnifici nell’esprimere sentimenti ed emozioni, perfetti nei loro personaggi, sono riusciti a trasmettere tutto ciò che gli autori hanno cercato di far passare, senza cadere mai nel incoerenza. Uno spettacolo che brilla attraverso le interpretazioni dei quattro attori: Francesco Polizzi, Emanuela Valiante, Diego Migeni, Sebastiano Gavasso. Una rappresentazione che ipnotizza lo spettatore dall’inizio alla fine.

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