Salce e il racconto dei suoi padri

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Immagine da web
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Un giovane timido, il cui soprannome è “mumble mumble“, cresce con due padri famosi, come un figlio d’arte e dai quali non vorrebbe ereditare il lavoro. Con gli anni, però, è lo stesso lavoro e talento che lo porta a intraprendere la strada dei suoi due padri. Emanuele Salce, riporta a Roma il suo “Mumble mumble ovvero confessioni di un orfano d’arte” in scena al Brancaccino fino al 24 gennaio. Uno spettacolo che ha fatto il pienone di spettatori all’interno del teatro.

Nel suo avere due padri, Salce ci racconta la morte, così come un ironico narratore sa fare. Con lui si ripercorrono i due funerali dei suoi padri, quello di Luciano Salce, regista e padre naturale e quello di Vittorio Gassman, che sua madre aveva sposato in seconde nozze. I due funerali sono affrontati in modo ironico e divertente, che riporta alla luce i personaggi singolari, spesso bizzarri, che hanno partecipato alle esequie dei due, permettendo allo stesso di ricavare un ricordo divertente, seppur tragico, di quelle giornate.

Il racconto poi, ci trasporta in Australia, dove, simbolicamente, si assiste anche al funerale dello stesso Salce, che porta in scena la sua di morte, in modo metaforico, quando le sue vicende si intrecciano con quelle di una splendida australiana e una boccetta di sedativi.

Lo spettacolo a tratti triste e riflessivo, a tratti travolgente e ironico, porta lo spettatore nella vita privata di Salce, facendone scoprire l’essere intimo dell’attore stesso. Con lui, a fargli da spalla, Paolo Giommarelli, a volte complice, a volte provocatore dello stesso Salce. Un attore spettatore che appare e scompare tra il pubblico, incitando il racconto.

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Da qui la possibilità di entrare, consapevolmente, nella vita di personaggi dello spettacolo che affascinano per il loro essere estroverso.

Un Salce in forma, istrionico, che attrae e permette allo spettatore di assistere, virtualmente, attraverso il suo racconto, alle storie narrate.

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