Sabbie, l’omaggio di Talevi a Ilaria Alpi

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Foto Sissi©Sabbie, omaggio a Ilaria Alpi, andato in scena al teatro Millelire di Roma dal 18 al 23  marzo, scritto e diretto da Romano Talevi e interpretato da Rita Pasqualoni, Pierfrancesco Ceccanei, Antoinette Kapinga Mingu, e lo stesso Romano Talevi, è un delicato, ma chiaro racconto di quello che accadde alla giornalista del TG3, barbaramente uccisa  a Mogadiscio insieme al suo operatore Miran Hrovatin.

Romano Talevi, nello scrivere il testo, si è basato molto sugli scritti e le interviste della giovane, proprio perché voleva dare un taglio diverso, fare un omaggio a chi ha lottato per far emergere i nomi dei colpevoli di traffici di armi e scorie radioattive, e alla donna che non ha avuto timore di fermarsi, probabilmente perché non pienamente cosciente di aver alzato un polverone che andava al di là della semplice inchiesta o solo, come potrebbe emergere dalle sue letture, dal suo impegno. In fondo, credo, non ha voluto fermarsi perché raccontare la verità era il suo mestiere.

Tutto questo si vede all’interno dello spettacolo, dove, ad inizio scena, un Miran Hrovatin presenta la scena, il luogo, il lavoro, ma a terra, si trova la protagonista, colpita dai suoi sicari e quindi morta, che si risveglia e comincia a cercare quello di cui non può fare a meno, i suoi taccuini.

Non ricorda nulla, non sa che cosa le è accaduto, anche se le appaiono due persone, una bianca e una nera, che le provano ad indicarle una via. Così lei comincia a ripercorrere quella che è stata la sua vita, la strada che alla fine l’ha condotta in Somalia. Ricordando, le viene ripetuto, di continuo un “guarda i segni”, come un avvertimento alla sua persona, un modo per cercare di salvarla, o quei segni che le mostreranno quello che realmente è accaduto a lei e al suo collega Miran.

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In questo omaggio alla determinazione di una giornalista, donna, professionista, l’autore non cerca una soluzione logica e nemmeno un colpevole, ma ha esposto solamente i fatti. Fatti avvenuti prima della sua morte, documentati dalle riprese video, dagli articoli e dai mille appunti, dalle telefonate e dai colloqui che la giovane ha avuto con il suo caporedattore, con chi seguiva il caso insieme a lei.

Si entra, in questo caso, nella vita professionale della giovane ma non si può non vederne il lato umano, personale della donna.

Il testo riprende le parole della stessa Ilaria, ma anche quelle che lei leggeva e che la guidavano “io so i nomi dei mandanti … li conosco …. conosco ogni avvenimento ….. ma non ne ho le prove …..” Passi di Pasolini dedicati alle stragi terroristiche italiane, ma che tanto assomigliano alle mille indagini insabbiate non solo della Alpi, ma di tanti altri casi. E proprio per far emergere uno di questi che Ilaria e Miran sono andati in Somalia, conoscevano i nomi, conoscevano i luoghi, erano andati a cercare le prove, o le conferme delle prove che avrebbero fatto cadere l’intera cooperazione in Somalia.

Gli attori sulla scena si muovono con maestria, come se quei luoghi appartenessero davvero alla loro vita, come se quegli avvenimenti fossero davvero i loro. Ti rapiscono con sguardi e silenzi, con parole e gesti e tu, spettatore, sei li, che li segue, cercando di scoprire, di comprendere ciò che appare incomprensibile.

L’attenzione è tutta lì, sulla giovane Ilaria, interpretata da Rita Pasqualoni, che non abbandona mai la scena, perché invitata sempre a restare, mentre accanto a lei si trasformano i personaggi che ne interpretano i suoi interlocutori. In un’atmosfera magica, attraversata dalla lunga strada che attraversa il deserto e che non viene mai percorsa, ma che nasconde immensi segreti.

Il tutto viene narrato mentre una musica africana, che ne segue, dal vivo, la successione degli eventi. Senti il vento, senti la sabbia, senti la paura, la forza.

Lo spettacolo affascina e rende un doveroso omaggio alla giornalista Ilaria Alpi e all’operatore tv Miran Hrovatin, in un atto di coraggio e umanità di Romano Talevi, nel raccontare una storia che per anni è stata celata, nascosta sotto la sabbia, come quella che resta in Somalia.

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