RIDE – Migliore Sceneggiatura e Miglior Montaggio

In Recensioni

Mastandrea sceglie poche cose da dire, molte da mostrare

XV Premio Cinema Giovane & Festival delle Opere Prime

RIDE è un film su una donna che di fronte alla morte del marito non riesce a piangere e si trasforma in Giovanna D’Arco di Besson al momento dell’estasi (per chi non la conoscesse basta guardare la locandina di RIDE – bocca socchiusa, sguardo tra stupito e rapito – e sarà come aver visto l’espressione della protagonista in tutto il film).

Il lutto colpisce tre diverse generazioni. Il centro è lei, la moglie. L’adulta. Lei è la chiave per la rottura della maschera sociale. Ognuno reagisce in maniera diversa ed è un diritto che nessuno dovrebbe giudicare, ma poi piange, finalmente (tra l’altro in una scena memorabile del film che arriva troppo presto e che è ben al di sopra delle scene a seguire, così che il finale rimane un po’ insipido) e quindi dopo l’ossigeno respirato fin qui, di nuovo rientriamo nei canoni. Se muore la persona che ami DEVI piangere. Poi abbiamo il padre della vittima, di cui il figlio ha seguito le orme in questo lavoro in fabbrica, che ha segnato la fine sella sua vita. L’anziano è la chiave della denuncia sociale. La morte sul lavoro. Anche se a dire il vero non abbiamo avuto modo di approfondire l’argomento. Sappiamo che il vecchio si colpevolizza, ma perché? Sappiamo che si tratta di una fabbrica, di che tipo? Sappiamo che al funerale ci sarà la televisione… Ma cosa è successo e come è morto questo padre e marito e figlio, non ci è dato saperlo. E poi abbiamo il bambino, l’orfano. Nemmeno lui piange, ma si prepara a rilasciare un’intervista per fare colpo su una bambina che gli piace. Lui è la chiave emotiva. L’ingenuità del bambino che lo porta ad essere l’unico che riesce a confrontarsi sinceramente con la donna.

Non dimentichiamo infine il fratello del morto. Compare all’improvviso. Bello e dannato. Pronto ad uccidere il padre con una pistola. E anche qui il pubblico non viene informato dei fatti. Accennano problemi del passato. Quali? Chissà.

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96 minuti un po’ lenti. Dove Mastandrea sceglie poche cose da dire, molte da mostrare. Ma la maturità registica non è ancora sufficiente ad una scelta così coraggiosa. Si alternano intuizioni interessanti (soprattutto nella sceneggiatura che merita il premio vinto e nei momenti musicali del montaggio), a inquadrature troppo lunghe che rallentano il ritmo e ti lasciano il tempo per notare gli orribili aggiustamenti di macchina o l’arredamento della stanza, piuttosto che continuare a seguire la storia.

Consiglio vivamente questo film a tutti quelli che hanno bisogno di sentimentalismi e cercano una storia che li faccia piangere. Avrete ottimi spunti (un lutto è sempre un lutto) e il tempo di riflettere sulla vostra esistenza.

Per finire una piccola nota di merito a Milena Vukotic che riporta in carreggiata il film. Peccato che la salutiamo in pochissimi minuti (tra l’altro con un espediente forse troppo brusco e affrettato).

 

Regia: Valerio Mastandrea
Interpreti: Chiara Martegiani, Arturo Marchetti, Renato Carpentieri, Stefano Dionisi, Milena Vukotic, Mattia Stramazzi, Walter Toschi, Giancarlo Porcacchia, Silvia Gallerano
Genere: Drammatico
Origine: Italia 2018
Soggetto: Valerio Mastandrea, Enrico Audenino
Sceneggiatura: Valerio Mastandrea, Enrico Audenino
Fotografia: Andrea Fastella
Musiche: Riccardo Sinigallia (musiche originali), Emiliano Di Meo (musiche originali)
Montaggio: Mauro Bonanni
Scenografia: Marta Maffucci
Costumi: Olivia Bellini
Suono: Gianluca Costamagna (presa diretta)
Durata: 95 minuti
Produzione: Simone Isola, Paolo Bogna per Kimerafilm, con RAI Cinema
Distribuzione: 01 Distribution

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