Recensione: “Zozòs”al Teatro Belli di Roma

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In una notte di fine inverno, sotto il bagliore di una splendida luna piena, tra i vicoli di Trastevere, al Teatro Belli in Roma è andato in scena ‘Zozòs’, divertente e trasgressiva commedia firmata da Giuseppe Manfridi con la regia di Claudio Boccaccini.

Una commedia in cui gli attori del calibro della grandiosa Siddhartha Prestinari, l’incommensurabile Riccardo Barbera e il bravissimo Paolo Roca Rey hanno rappresentato uno degli intrighi più trasgressivi, scandalosi, indecenti e destabilizzanti che si possano immaginare.
In una palestra la signora Bice Riccoboni (in arte Siddhartha Prestinari) conosce il giovane e piacente Tito (Paolo Roca Rey). In questo incontro ahimé, purtroppo gli ormoni avranno il sopravvento sui neuroni ed e’ fatta… La stanza del giovane Tito diventa teatro di una grande passione, ma nel culmine del rapporto, disdetta! I due non riescono a dividersi. Ecco che in loro aiuto arriva il ginecologo Tobia, padre di Tito (Riccardo Barbera).
La soluzione non arriva però, anzi dall’entrata di Tobia, iniziano ad emergere una serie di riconoscimenti, bugie  taciute e verità sommerse  da terzi, che mano a mano vengono fuori con colpi di scena, mentre le luci vanno puntandosi sui nostri protagonisti ‘bloccandoli’ come in  un’istantanea vivente, dove la tragicità dell’intrigo è palese nelle  loro espressioni.
Rappresentata la prima volta in Italia nel 1997 la commedia ‘Zozòs’ ha calcato molti palchi italiani ed europei, ottenendo più successo all’estero che in Italia, sarà forse dovuto alla presenza di una cultura troppo moralista? 
Tutto si concentra in un unico atto scenico – e ‘fisico’ – tutto accade in un’unica stanza. I colori predominanti sulle quinte sono i colori acromatici il bianco e il nero, che si oppongono ad un rosso forte, il colore della passione, del peccato.
Dal bianco del paracadute sono avvolti i due ignari amanti. Tobia che si introduce e inserisce tra loro lo fa invece spesso con oggetti rossi (skate, divaricatore, tazzine).
Quasi a ricordare quanto pathos ci sia sotto quel paracadute, che sembra essere l’ultimo tentativo di  copertura casuale, prima che la verità venga fuori nella sua più totale crudezza.
Una commedia tremendamente tragica e imbarazzante, resa ancor più ridondante da un linguaggio solenne, aulico, tragico appunto, che i tre personaggi interpretano come fosse quello il loro registro quotidiano. L’imbarazzo e la vergogna sono ancor più enfatizzati dai toni alti di voce e smorzati dalla mimica e i movimenti del giovane Tito.
La realtà pare prendersi beffa dei nostri personaggi e nonostante il tentativo malefico di nasconderla, coprirla, deformarla da parte di terzi, questa riemerge a galla con tutta la brutalità con cui è stata oscurata, svelandosi in tutta la sua crudezza agli occhi degli spettatori e degli stessi protagonisti, peccatori inconsapevoli.
È una realtà che va pian piano rilegando ogni suo pezzo fino a ricongiungere il capo con la coda, in modo talmente letterario che capo e coda resteranno perpetuamente legati fino alla chiusura del sipario.
Una commedia  dal sapore di tragedia greca.
Le risate di gusto, che vengono dalla sala, lasceranno posto nel breve tempo della rappresentazione a troppe verità, l’aria va così lentamente a marcare e il sapore di quelle risate si fa sempre più amaro, quasi insopportabile.

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