Recensione “Stanza Cento uno” al Teatro Ivelise di Roma

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A due anni dal debutto con lo spettacolo “Cotard” la regista Pamela Parafioriti presenta una nuova drammaturgia contemporanea “Stanza Centouno” commedia “ironica” giocata tutta in un atto, che porta in scena pochi personaggi, la cui vita ruota tutta attorno all’assenza e all’attesa.

Quattro sedie nere saranno la scenografia essenziale per ritrovarsi in una sala d’attesa, in più la quadratura irregolare dello spazio scenico del Teatro Ivelise fa da cornice trasportando lo spettatore in una dimensione temporale che appare bloccata.

Capiamo già dalle prime battute che ci troviamo difronte a una “figlia” di Aspettando Godot, dove i personaggi però sono tutti al femminile. Nella sala di attesa di un ufficio qualunque, si troveranno quattro donne “laureate” ma “senza esperienza” (come richiede oggi il protocollo), in attesa di un colloquio con il datore di lavoro, figura che non apparirà mai in scena, ma che più volte verrà evocata. Per cercare di riempire questa mortificante attesa, le donne, si esibiranno in siparietti comici, lamenti non sense  e canzoncine.

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Questo permetterà di far venire fuori la parte più intima di ognuna di loro: le delusioni, le debolezze, le illusioni, i sogni, le speranze, fino a scontrarsi brutalmente con la realtà amara di chi cerca oggi lavoro.

La scena sia apre con l’incontro tra A E B interpretate rispettivamente da Federica Cacciamani e Alessia Bonsignore, due donne in netta contrapposizione: la prima convinta femminista, preparata ad ogni eventualità che non lascia niente al caso, con l’ambizione di fare l’attrice; l’altra invece di non grandi aspirazioni fa girare la sua vita tutta attorno ad un uomo dal quale trae la sua sicurezza.

Nel proseguo drammaturgico della commedia, al posto del datore di lavoro arrivano altre due donne le cui iniziali del nome ricordano Pozzo e Lucky di Aspettando Godot, ed esattamente come loro sono legati indissolubilmente tra loro da un rapporto in cui l’una è dominante sull’altra e viceversa sono P interpretata da Marialuisa D’Avella ed L interpretata da Elena Stabile.

Un rimando ancora al Dramma famoso lo sia ha quando ad L viene chiesto di pensare così come avvenne con Luky, questo è quello che racconta non appena inizia a parlare: “se io potessi vivere in un’altra epoca vorrei vivere nel ‘42 cosi potrei vedere la seconda guerra mondiale di cui i libri parlano e parlano….” il rimando chiaramente cita la nascita del testo di Beckett.

E ancora le chiusure delle scene, scandite dalla notte che arriva, ci riporta al dramma e allo stesso modo neanche qui il giorno seguente cambia veramente: stesse sono le lamentele, stessa la domanda, stessa la risposta: arriverà bisogna aspettare …..

La regia elegante ed attenta della Parafioriti non lascia quindi niente al caso, cura i cromatismi dell’abbigliamento, dove la costante è il bianco e nero come a voler sottolineare l’aspetto professionale, anonimo e cupo di una vita non proprio felice  intervallandolo però con un elemento rosso che ogni personaggio possiede, come fosse una finestra sulle passioni nascoste sulla vita, sul cuore. Non manca infatti nella commedia l’amore e l’interazione tra gli esseri umani che viene rappresentata ad arte da alcune piccole immagini più o meno ricorrenti, come ad esempio lo scambio di oggetti “consolatori” che B da ad A o la scena dei foulard che A dona a B.

I 60 minuti della commedia sono scanditi da una buona ritmicità, si nota il grande lavoro sull’attore sulla recitazione. Non a caso lo stile appare uniforme regalando allo spettacolo originalità e armonia tanto da tenerlo attento al proseguo della vicenda senza avvertire mai  la stanchezza di un testo non troppo semplice. Coraggiosa e originale l’idea di non usare musiche iniziali ma di lasciarla ai soli momenti evocativi delle tracce di composizione nuova del gruppo N.e.d e Marco Oliveri.

In conclusione se in “Aspettando Godot”, scritto in un periodo post bellico, Godot rappresenta la rinascita la redenzione e forse finanche Dio, in Stanza Centouno il “Datore di Lavoro” rappresenta le speranze del giovane di oggi: la fine della precarietà, il lavoro della vita, la realizzazione e soprattutto il rispetto della dignità di chi lavora. Purtroppo però, in entrambi i casi, tutto questo non arriverà mai.

Un ultimo plauso va ancora alla Parafioriti che parla della contemporaneità con un linguaggio contemporaneo.

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