Recensione “Le ribelli” di Nando dalla Chiesa

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Questo libro fa parte di una serie di libri acquistata insieme ad altri, che hanno un unico argomento centrale: le mafie e i protagonisti delle vicende.

Il primo libro che ho affrontato volutamente, è stato quello di Nando dalla Chiesa, non per l’autore, ma quanto per il titolo: “Le ribelli. Storie di donne che hanno sfidato la mafia per amore” edito da Melampo. L’argomento donne coraggiose, donne ribelli, donne libere, mi ha attratto da sempre, per svariati motivi e ammetto anche che l’essere donna è il principale. Ma a spingermi in questa direzione, da sempre, sono stati gli insegnamenti che ho percepito a scuola da ragazzina e grazie a un professore uomo!

Ritornando all’argomento principale, “Le ribelli” racchiude nelle sue circa 148 pagine, sei storie di donne che, tra paura e coraggio, hanno trovato dentro di loro, la forza per ribellarsi alla mafia, a chi le ha sempre viste sottomesse, all’uomo che le ha viste sempre inferiori e alla società, anche quella femminile, che ha sempre osteggiato un atteggiamento contrario al “naturale percorso delle cose” o peggio alla convinzione che “così è sempre stato e così sarà sempre”.

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Dalla Chiesa ha preso come esempio sei donne, partendo da Francesca Serio, la madre di Salvatore Carnevale sindacalista a Sciara, ucciso dalla mafia il 16 maggio del 1955 e passando in rassegna le altre donne fino ad arrivare a quelle che hanno continuato fino ad oggi (beh, forse fino a tre anni fa, giù di lì).

Oltre alla Serio, nel libro vengono raccontate le storie di Felicia Bartolotta, la madre di Peppino Impastato, il giovane oppositore della mafia con la sua Radio Aut, ucciso il 9 maggio del 1978; di Saveria Antiochia, mamma di Roberto Antiochia, agente di polizia ucciso in un attentato il 6 agosto del 1985; Michela Buscemi, la sorella di Salvatore e Rodolfo, uccisi rispettivamente nell’aprile del 1976 e nel maggio del 1982  lei risulta la prima donna di una famiglia mafiosa che si ribella e offre la sua testimonianza nel maxiprocesso alla mafia del 1985; Rita Atria, sorella di Nicola, la giovane che si uccise il 26 luglio del 1992 una settimana solo dopo l’attentato di Paolo Borsellino che lei considerava un padre; Rita Borsellino, sorella del giudice Paolo, ucciso il 19 luglio del 1992 che conclude il romanzo. All’interno si scoprono anche alcuni fatti che la storia ci ha lasciato e che, non menzionati come fatti importanti, sono avvolti dal mistero.

Eppure è tutto scritto lì, come quando si racconta di due avvocati, entrambi futuri Presidenti della Repubblica Italiana, uno difensore di uomini della mafia Giovanni Leone e l’altro, invece, difensore dei deboli contro i ricchi possidenti, Sandro Pertini. Anche questa pagina di storia, deve far riflettere sul legame che da decenni unisce lo Stato alla Mafia. E non per le parole dello scrittore o del sentito dire, ma proprio per le persone che sono attori delle storie documentate che si sono svolte sotto gli occhi di tutti. Lo scontro di quel processo vide la vittoria di Giovanni Leone, sostenitore dell’innocenza degli assassini di Salvatore Carnevale, delitto rimasto insoluto.

L’autore con delicatezza, ci fa entrare nella vita delle donne che hanno assistito impotenti alla morte dei loro cari, non soffermandosi solo sulla tragedia, ma su tutto ciò che la circonda, in particolar modo sui fatti accaduti successivamente. La morte dei loro cari ha innescato in queste donne, un forte senso di giustizia, una voglia di ribellione che ha segnato la propria vita e quella dei loro cari. In alcuni casi, come quella di Rita Atria e Michela Buscemi, anche l’allontanamento dalla famiglia stessa, che, non condividendo le scelte delle giovani donne, sono arrivate persino a ripudiarle.

Eppure le loro sono sei storie straordinarie, sei donne che hanno permesso alla giustizia di farsi avanti, di animare e sobillare i canoni dei costumi siciliani per poter urlare ad una voce, forte e potente, il proprio “No alla Mafia”. Un incontro di donne provenienti da famiglie mafiose, ma anche da ambienti lontani dalle cosche, come la madre del giovane poliziotto Roberto Antiochia, morto mentre, grazie alle ferie, poteva fare da scorta al vice questore Cassarà che aveva seguito in passato, quando lavorava a Palermo.

Dalla Chiesa riesce a raccontare con delicatezza le loro storie, emozionando il lettore, attraverso parole e frasi che riportano alla luce il dolore, la speranza che hanno animato per anni queste “ribelli” le quali hanno lasciato ai posteri un istinto di speranza. Nella descrizione delle donne si rivedono anche quelle dei loro cari, delle persone che hanno accompagnato la loro lotta, come gli avvocati, ma anche quella del luogo che ha, sempre, un’importanza rilevante sulla vicenda. Il libro ci permette di entrare nella vita di chi vive di mafia, ma senza i titoli dei giornali o i pregiudizievoli commenti. “Le ribelli” è un libro che si legge tutto d’un fiato, che l’ascia l’amaro in bocca per delle vicende che potevano essere evitate, fermate, senza far perdere la speranza e la fiducia nell’unione femminile, così fondamentale per la rivalutazione delle donne come fulcro fondamentale per la lotta alla mafia.

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