Recensione: Aspettando Godot al Teatro Marconi

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Al Teatro Marconi in Roma è andato in scena “Aspettando Godot“, pluripremiata opera di Samuel Beckett, con la regia di Claudio Boccaccini, presente in sala e rappresentata da Felice Della Corte, Pietro De Silva, Riccardo Barbera, Roberto Della Casa e Francesca Cannizzo.

Considerato dalla critica uno tra i lavori teatrali più significativi di tutto il Novecento, in ‘Aspettando Godot’ va in  scena la miseria umana, racchiusa nella gabbia del lamento. Si preferisce aspettare che avvenga qualcosa lamentandosi per l’attesa che genera: fame, ansia, dolore, paura, solitudine, ma non si muove un dito, non si fa un passo per uscirne, non si trova neppure la follia o il coraggio per l’ultimo gesto che potrebbe mettere la parola fine a questo disagio. Altrimenti come potremmo ancora lamentarci?

Tutto è immobile pur esprimendo voglia di fare, di uscire da quella gabbia come nello sfogo di Lucky quando gli è concessa la parola, ma ancora più forti e nette diventano allora le sbarre di questa prigione.

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Come non credere che il nome “Godot” è formato dalle due parole “go” e “dot” rispettivamente “va” e “fermo” (“dot” in inglese è “punto”). L’autore voleva sottolineare la frustrazione dell’uomo nel suo tentativo fallimentare di “muoversi”, procedere, cambiare la sua posizione.

Il rapporto di dipendenza tra le due coppie di personaggi invece che collegarli anche se con una corda come accade per Pozzo e Lucky o per una situazione disagevole comune, come per Didi e Gogo, mostra nei dialoghi “scollegati” l’impossibilità della comunicazione e di legame. Tutto è ‘assurdo’.

Il titolo è  così diventato nel dire comune sinonimo dell’attesa dell’avverarsi di un avvenimento che in realtà non giungerà mai.

La scenografia, semplice con un albero immobile anche lui, riproduce meramente la miseria umana dei nostri personaggi, che si muovono tra sacchi di spazzatura che sembrano nuvole, quasi a sottolineare l’inconsistenza della parola che non si lega più all’azione. Il tempo sembra immobile, la notte non arriva mai, eppure tutto scorre e i protagonisti inconsapevoli, pur nella loro ripetitività, ci raccontano con leggerezza il senso profondo della vita. Facendoci riflettere e ridere ci ripropongono continuamente quel grande spettacolo dell’esistenza umana.

Gli attori che hanno saputo dare vita ad un’atmosfera che sembra rappresentarsi dentro alle nostre menti più che su un palcoscenico, tutte le volte che ci si chiude in modo mentale su qualcosa che ci ferisce ma da cui non ci si riesce a staccare e liberarsi. Siamo tutti a volte schiavi a volte tiranni a volti incapaci di camminare con i nostri piedi, incapaci di credere che i nostri desideri possano anche non essere realizzati da altri.

Cala il sipario e lo spettacolo si sposta  e va avanti nel nostro teatro più interno, tra i pensieri, le riflessioni e le parole di tutti gli spettatori che hanno accolto e colto la genialità di Samuel Becket e apprezzato la bravura degli attori.

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