Recensione: Aliano 35 di Francesco Petti

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In questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli”. C.L.

Sarà stato questo il pensiero di Carlo Levi, chiuso nel suo studio romano, nell’antivigilia del Natale del 1974 prima di entrare in coma e spirare il 4 gennaio? Attorniato da cavalletti, carte, lo scrittore che aveva trascorso il 1935 nella lontana Aliano, città di confino, luogo del silenzio e dell’abbandono, appare assente, forse circondato da quelle anime che aveva incontrato nella città lontana della Basilicata. Lui colpevole di essere ebreo, letterato, oppositore del regime e costretto a trascorrere del tempo lontano dalla civiltà, in una terra desolata dove la magia, l’analfabetismo restano sovrani.

L’autore di “Cristo si è fermato ad Eboli”, quarant’anni dopo la sua condanna avrebbe ripensato ai contadini, alla gente semplice che gli aveva chiesto di restate e che lui aveva lasciato promettendo di tornare, ma mancando a quella promessa. Ora sono loro, ormai già morti, ad andarlo a trovare, chiedendogli di restare insieme, questa volta per sempre. Ed ecco che Levi ricorda la vita, le parole di un popolo legato alla terra e alle tradizioni.

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Il suo trascorso ad Aliano non è legato ad alcun pregiudizio, ma all’osservazione della vita e dei pensieri della gente, che traspare nitida all’interno del libro. Egli mai condanna, ma osserva comprensivo, e con obiettività due mondi che dialogano e interagiscono fra loro, il suo e quello delle terre lucane.

In scena un testo immaginifico di Francesco Petti, che ne cura anche la regia e che è in scena insieme a Emilio Barone e Alessandra Chieli. Con le musiche di Michela Coppola, le scene di Domenico Latronico.

Presentato al Teatro Furio Camillo di Roma “Aliano 35”, ha un testo che rievoca non solo passi del romanzo, entrato a far parte della letteratura italiana, ma racconta di un animo, di una vicenda reale che ha affascinato l’autore, così tanto da permettergli di scrivere il romanzo “Cristo si è fermato a Eboli” lì dove terminava la ferrovia e dove si potevano ancora vedere palazzi più alti dei casolari dei contadini. Da lì, da Eboli, cominciava il confino di Carlo Levi, in groppa ad un asino.

Un racconto portato sapientemente in scena da Petti, Barone e Chieli che ci trasportano nel mondo contadino del ’35 e nella casa romana di Carlo Levi, ormai vecchio scrittore. Nostalgico, con un filo romantico e uno sguardo tenero, quasi di rimpianto.

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