Non perdiamo le vecchie abitudini

In Moda

Non si ricorre più all’imbastitura, non si effettuano ‘punti lenti

Si parla spesso di moda abbinata alla tecnologia: si realizzano ormai cartamodelli con computer, si riesce a realizzare in 3d il modello ancora prima di cucirlo e si produce meccanicamente, con perfezione certo, infinità di capi ricorrendo a macchinari sofisticati capaci di realizzare qualsiasi cucitura, rifinitura. In questo sistema l’intervento dell’uomo diventa meccanico, non professionale aggiungo: chiunque, anche il non sarto è capace di assemblare pezzi che poi daranno vita ad un capo di abbigliamento, semplicemente ‘struccando un bottone’.

Ma che peccato! Non si ricorre più all’imbastitura, non si effettuano ‘punti lenti’ non si tagliano singolarmente i pezzi che messi insieme faranno un capo. E quelle meravigliose asole, che per quanto perfetta e precisa possa essere la mano dell’asolaia, non saranno mai tra loro uguali. L’“imperfezionesartoriale del fatto a mano, piano piano sta scomparendo.

Ci sono sì corsi di cucito, ma avendoli analizzati da vicino, vi assicuro che sono lontani anni luce da ciò che possa essere la formazione in bottega.

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Poche sono le ‘scuole’ che formano alla vecchia maniera, che insegnano senza quantificare le ore o impostare la formazione. E alla luce della benedetta e valida gavetta, ho cercato sul territorio italiano, quelle ‘botteghe formative’ che hanno ancora la capacità di creare sarti alla vecchia maniera e tra le poche trovate, vi voglio raccontare di questa che segue.

L’Abruzzo, oggi terra rappresentativa dell’eccellenza italiana nel mondo dell’artigianato , che nel passato, appartenente al Regno dei Borbone, da cui ha subito l’influenza della sartorialità napoletana, e per doti in materia sviluppate da personalità del posto, questa parte d’Italia ha rappresentato e rappresenta un indiscusso polo di riferimento per l’arte del cucito, conquistando nel tempo riconoscimenti internazionali.

A Penne, cittadina dell’Abruzzo adriatico, nasce il sarto Nazareno Fonticoli che, assieme all’imprenditore Gaetano Savini, fonda Brioni. È il 1945 quando apre a Roma, in via Barberini, la loro Sartoria. Con essa prende vita il sogno di un’Alta moda maschile italiana ispirata alla sapienza sartoriale d’un tempo. Nel 1952 Brioni porta per la prima volta nella storia l’uomo in passerella, presso Palazzo Pitti a Firenze. L’innovazione dell’azienda è quella di arricchire l’abito da uomo con l’uso di tessuti e colori inediti utilizzando materiali provenienti anche dall’haute couture femminile. Brioni viene scelta in quegli anni dalle grandi star di Hollywood.

Nel 1960 viene fondato a Penne lo stabilimento produttivo Brioni Roman Style: quarantacinque persone tra sarti e ricamatrici iniziano a definire un’importante fase rivoluzionaria della storia del brand. Consueta abitudine, ma da quel momento in poi ciò che viene a determinarsi è un rilevante vuoto generazionale.

E con il crescere del marchio, la casa produttrice ha pensato di formare sul posto futuri sarti. Nel 1985 nasce quindi per sua iniziativa la “Scuola di Sartoria Nazareno Fonticoli”, una bottega d’avanguardia volta a formare le nuove generazioni di sarti.

È la fedeltà al “fatto a mano” l’orgoglio del mestiere. Dalla bottega alla scuola l’immaginario del giovane sarto resta sempre lo stesso: si ripetono gesti antichi seguendo la tradizione sartoriale di inizio Novecento, che non riducono il loro essere a una semplice e usuale classicità, ma contribuiscono a dare valore aggiunto al capo realizzato. Da allora, ogni tre anni, la Scuola seleziona diciassette studenti per l’avvio del corso. Come in passato, l’elemento manualità rappresenta una caratteristica fondamentale per valutare la predisposizione di un potenziale studente a diventare “tailor”. L’abilità sta nella mano, che impara il gesto e lo ripete con facilità quanto più è giovane e agevolata ad apprendere, ragion per cui l’età degli studenti non supera mai il diciottesimo anno.
Tra le attività quotidiane richieste agli allievi rientrano quelle di rappresentare figurini nelle loro linee di base, studiare e lavorare tessuti, tagliare, imbastire, realizzare capi di abbigliamento in taglia. La teoria, coadiuvata da ore di pratica, li accompagna tra i banchi di scuola per tre anni, per poi lasciare spazio al tirocinio formativo del quarto anno, destinato alla formazione in azienda.

Da più di vent’anni la Scuola trasforma giovani talenti con forbici e gessetto in mano in maestri d’arte, ambasciatori di un mestiere dall’illustre storia, fatta di uomini, donne, mani, devozione per il lavoro, che è riuscita a conquistare nel tempo la giusta importanza, il riconosciuto prestigio e che nonostante la lunga tradizione affascina per il suo essere così profondamente attuale. Negli anni ottanta come oggi, mantenere viva una continuità generazionale resta una necessità e per il nostro Made in Italy.

Ecco la tipologia di scuola che mi piacerebbe vedere sul territorio italiano: storici marchi sartoriali che formano ad un mestiere ragazzi, e più in piccolo sartorie, che prima di chiudere per anzianità del sarto possa lo stesso trasferire ‘il mestiere’ a nuove leve.

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