Lost People la mostra di Beu-Beu Art Festival

In Arte con
Foto Niccolo Cosimo Poppi

Intervista a Costanza Tagliaferri e Rossana Calbi ideatrice e curatrici della mostra collettiva Lost People prodotta da Beu-Beu Art Festival, che ha raccolto opere di artisti italiani e internazionali, con un tema specifico: la perdita.

Cos’è il Beu-Beu Art Festival?
R.C. — Il Beu-Beu Art festival è un festival giovane, in ogni suo aspetto: quest’estate si è svolta la sua seconda edizione. Queste due prime edizioni si sono svolte nell’antica abbazia, costruita tra l’anno Mille e il ‘400, di Badia a Ruoti, una frazione di Bucine, in provincia di Arezzo. Nel fine settimana dopo Ferragosto occupiamo un’intera abbazia.
Il tutto nasce dopo che ho avuto modo di vedere al lavoro, nell’organizzazione dei concerti, Luz, Luca Zampi, di Rockarolling. Abbiamo iniziato a chiacchierare sulla possibilità di portare in nuovi spazi dei progetti a cui lavoravo: io avevo troppi progetti, Luz troppo entusiasmo ed è nata l’idea di un intero festival. Il nome lo ha scelto l’artista Marco About, che, ispirato dal bramito dei caprioli, ha costruito l’intera grafica del festival su questi animali timidi dal verso poco discreto. Un’asse Roma-Valdambra. Grazie alle due associazioni, Strange Opera ed Eureka!, al supporto dell’intero paese di Ambra, è nato il Beu-Beu Art Festival.

Cosa vi ha spinte a progettare un Festival internazionale e come ci siete riuscite?
R.C. — Il festival nasce perché c’è una forte volontà dal basso. C’è la voglia di vedere, fare e costruire da parte dei ragazzi del posto, che sono attivi in ogni aspetto: dalle riprese video agli allestimenti più faticosi. Io avrei una lista lunghissima: Tiziano, Niccolò, Saverio, Chiara, Alice, Lorenzo, Alessio, Andrea, Valentina, Gioele, Luca e tanti, troppi ne ho dimenticati, sono le persone che mi hanno sostenuta fisicamente, il Beu-Beu Art Festival è un vero impegno fisico.
Nessuno sponsor, se non da parte di piccole realtà che vogliono mettere a loro agio gli artisti ospiti dell’abbazia in occasione dei due giorni del festival e permettere a un pubblico curioso di conoscere e dialogare con chi mette in mostra il proprio lavoro. Lo scorso anno abbiamo avuto solo artisti italiani, in quest’edizione, grazie al supporto di Costanza nella realizzazione della mostra Lost People, abbiamo avuto anche artisti stranieri. Ci muoviamo solo grazie a un lavoro di gruppo costante che dura un intero anno e che si muove su più fronti, vogliamo e dobbiamo fare ancora molto, il festival lo richiede, ma iniziamo a costruire una rete curatoriale più forte, grazie anche a Martina Ronca e Linda De Zen, e la voglia di fare più e meglio non manca.

Quest’anno un tema impegnativo, quello della perdita e della solitudine che attanaglia la nostra società, come lo hanno affrontato i vostri autori?

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C.T. — Il concetto di perdita e solitudine è sicuramente pregnante nella nostra società contemporanea in costante cambiamento. È un tema difficile di cui parlare in modo universale, sono emozioni che si manifestano individualmente e coinvolgono il rapporto con noi stessi tanto quanto quello con gli altri. Per esempio, Alessio Mini ha interpretato con le sue due opere l’aspetto più inquietante e personale del tema, dando forma alla sensazione di perdita individuale e incertezza che attanaglia i giovani oggi, non più sicuri di un futuro lineare e in crescendo come i nostri genitori. Le Quattro Facce di Giles Barwick, d’altra parte, manifestano le sensazioni connesse alla perdita di noi stessi rapportandoci con l’altro, mentre Dale Grimshaw e Patricia Ariel hanno risposto al tema leggendo la solitudine nel senso di diversità culturale nel primo caso e di genere nel secondo. Ci sono state anche interpretazioni più ottimistiche come quella di Marco About, che legge la perdita degli altri e la solitudine individuale come opportunità di crescere e scoprire nuovi aspetti del se e del mondo, o Naoshi che si perde in un mondo individuale d’immaginazione e sogni. Sergio Masala ci ricorda che siamo un po’ tutti bambini perduti in mondo più grande di noi, mentre Anita Inverarity ha dato vita ad una fanciulla che ci offre una direzione per ricordarci che non siamo soli in questo universo complicato. Tutti gli artisti hanno offerto una chiave molto personale del tema, in senso positivo o no, proponendo diverse risposte a una società così veloce e mobile che quasi ci costringe ad accettare la perdita e la solitudine come aspetti cardine della nostra quotidianità.

La scelta del vinile come base per le opere, perché?
R.C. — Per un motivo pratico: il trasporto! Volevamo realizzare  una mostra facile e sicura da trasportare, il vinile è una soluzione efficace e fruibile. Secondo la mia ricerca  l’arte deve arrivare a coinvolgere il pubblico senza allontanarlo, senza porsi su un piedistallo giudicante. L’arte deve permettermi di trovare luoghi di me che da sola non riesco a individuare, per farlo la devo vedere, capire o quanto meno mi devo incuriosire, quindi anche la scelta di un supporto fisico, diverso dalla tela, ma che sta rientrando nel collezionismo musicale di ricerca, può avvicinare una parte di pubblico non avvezza alla pittura ma ad altre espressioni artistiche e trovare nuovi luoghi e menti in cui gettare un seme nuovo.

Le tecniche si fondono all’interno delle opere in modo incredibile: acrilico, matita, foto, ecc., fanno da sfondo a opere interessanti e senza limiti….

C.T. — L’idea della mostra nasce con l’intento di suggerire una riflessione sulla diversità di prospettive e interpretazioni su un unico tema, soprattutto attraverso la mescolanza di tecniche e stili. Per questa ragione, dando lo stesso supporto, a tutti abbiamo lasciato ogni artista libero di esplorare e giocare con diverse tecniche per stimolare una lettura soggettiva a seguito di una ricerca creativa personale. Con questa mostra in particolare, volevamo davvero comunicare con lo spettatore offrendo diversi punti di vista attraverso la mescolanza di opere diverse, non per scegliere, ma per riflettere su noi stessi e la società. In questo senso, la fusione di tecniche e stili rende l’arte senza limiti perché non ci sono traguardi da raggiungere nella lettura di un’opera d’arte o in quello che un artista riesce a trasmetterti come spettatore.  

Tanti artisti, non solo italiani, una collettiva che ha prodotto 26 opere per 22 artisti, cosa accadrà ora? Dove porterete la vostra mostra?

C.T. — Come abbiamo detto, la mostra è nata con l’idea di mischiare non solo tecniche e stili ma anche nazionalità e punti di vista. In questo senso, abbiamo pensato a una mostra che potesse essere non solo mobile e facile da trasportare, ma anche acquisire una nuova identità e un diverso carattere in base allo spazio espositivo. Per ora stiamo lavorando per portare le nostre Lost People in altri due spazi in Italia, in seguito in Europa e poi chissà, chi vivrà vedrà! Vi terremo sicuramente aggiornati con i nostri spostamenti.

 

 

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