L’Aquila Nuova, intervista a Massimo Sconci in scena al teatro Elettra di Roma

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Massimo Sconci sarà in scena al Teatro Elettra di Roma con uno spettacolo particolare e dal titolo intenso: “L’Aquila nuova”, che parla del terremoto dell’Abruzzo, in scena fino all’8 aprile. Si parla di Abruzzo, di rinascita. Un monologo che vuole riportare l’attenzione su uno degli avvenimenti più tristi degli ultimi anni. Abbiamo intervistato l’autore e protagonista, Massimo Sconci, che ha accettato di rispondere alle nostre domande.

Porti in scena uno dei momenti più tristi dell’Italia di questi ultimi anni, il terremoto abruzzese, un momento particolare del nostro paese. Come affronti questa prova?

Indubbiamente ho impiegato del tempo per poter affrontare pienamente l’argomento di cui vado a parlare  in quanto si tratta di esperienza vissuta sulla mia pelle come su quella degli altri. Però è un’esperienza che in qualche modo va affrontata e ciò che vorrei che uscisse da questo spettacolo è proprio una capacità di catarsi generale, nel senso che la possibilità di condividere un’esperienza come questa può essere una catarsi per me e una catarsi per il pubblico che ascolta, nel riuscire ad accettare il terremoto in quanto tale. Riuscire comunque a saperlo gestire ma anche ad affrontarlo come dramma inevitabile … condividerlo come esperienza comune soprattutto tramite il teatro e quindi con quella che spero sia un’esperienza d’arte … questo può essere un bel modo di affrontare la questione che è sempre un  po’ problematica …. Il territorio rimane sismico, la città rimane qui … quindi bisogna farci i conti, sul territorio dove ci si ritrova a dover vivere, non è qualcosa che possa essere rimosso nel proprio inconscio, è qualcosa di cui ne dobbiamo parlare…

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È una convivenza fra paura e coraggio …

Sì, è una convivenza tra paura e coraggio e allo stesso tempo cerco di esprimerne paure e coraggio nelle persone che possono venire a vedere lo spettacolo attraverso l’utilizzo dell’ironia. L’ironia secondo me può essere il modo migliore per riuscire ad affrontare un racconto del genere ed è quello che ho cercato di inserire all’interno del racconto. Parte tutto da un testo scritto da me e che poi è stato sviluppato in scena. È l’ironia che riesce a farci esprimere qualcosa di così drammatico …. e di così brutale ma allo stesso tempo può alleggerire il carico di doverlo accettare così com’è. Tanta ironia ma allo stesso tempo più leggerezza possibile …

Dicevi che è stato già presentato a L’Aquila, come è stato accolto questo spettacolo dagli aquilani che poi hanno vissuto in prima persona il terremoto.

Molto bene direi! Mi ha fatto molto piacere il fatto che l’esperienza, vissuta dalle reazioni del pubblico, sembra essere  stata vista  come un’esperienza del passato che in qualche modo gli aquilani credo, abbiano imparato ad affrontare negli ultimi anni, me compreso e nel fatto che questo nella mia città ha la funzione di un’esperienza condivisa … Condividere un’esperienza che tutti conoscono che io cerco di raccontare a modo mio ….  ed è il modo che fa la differenza, uno stile o presunto stile….

Allo stesso tempo, presentandolo a Roma lì devo adeguarmi perché avrà una funzione diversa in quanto non esperienza condivisa ma di informazione utile. Racconto qualcosa in quanto voi siete venuti a vedere e io ho il dovere di informarvi su cose che magari nessun altro vi ha detto, e che io sicuramente posso dirvi in maniera adeguata molto più di tanti altri proprio perché l’ho vissuta.

I messaggi che sicuramente partiranno dal palco, quindi anche dallo spettacolo, sono tanti qual è o quali sono quelli che vorresti siano recepiti maggiormente e a chi vorresti proprio rivolgerli in particolare

 A tutte le persone che sono rimaste in una fase intermedia. Non le persone che rimarranno inevitabilmente sul territorio dell’Aquila, ma alle persone che devono affrontare L’Aquila come una fase intermedia che è quella che L’Aquila sta affrontando adesso. Una fase di ricostruzione: ancora non c’è  il tessuto sociale e non c’è tantomeno una vera vita … c’è una città a metà. L’Aquila si può definire in questo modo. Prima veniva definita una non città, adesso è una città a metà. Quello che io vorrei rivolgere nel messaggio e non vedere l’Aquila come un territorio da abbandonare, che comunque è terminato. Ma vederla come un territorio in una fase intermedia che merita di essere sostenuto come una nuova fioritura. Ed è questo il messaggio che io lancio nella fase finale dello spettacolo, cioè un’Aquila nuova, una nuova città che parte prima di tutto da noi , non solo dalla ricostruzione delle case. C’è una bella frase che ha detto una mia amica e la vorrei riproporre in questa intervista “Stiamo rifacendo L’Aquila ora non ci resta che fare gli aquilani”.

Bella frase perché la città è fatta prima di tutto di persone prima che di edifici.

Bella metafora, come il teatro, anche quello è fatto di persone. Perché il teatro non è nell’edificio, ma sono gli uomini che lo fanno e le donne che lo abitano … e così può essere anche la città che non è l’insieme degli edifici, ma l’insieme delle persone e se le persone non hanno uno stimolo per rendere viva la città, la città non rinasce … resta vecchia anche se viene ricostruita

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