“L’altalena sulla nuvole”, per scoprire la poetica dell’accoglienza

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Foto Materiaviva

Spesso quando vado a teatro, conosco il genere dello spettacolo, il titolo e, più o meno, i nomi degli attori, insomma, il minimo indispensabile, perché mi piace entrare nella sala e lasciarmi coinvolgere (o meno), dallo spettacolo, dall’atmosfera, da tutto quello che avvolgerà lo spettatore.

Giusto una settimana fa sono stata al Teatro Camillo, uno di quegli inviti all’ultimo minuto che sei quasi indecisa se rifiutare o meno e poi, per un qualche motivo, sconvolgi i programmi e vai. “L’altalena sulle nuvole” recitava il titolo dello spettacolo. Forse per quelle nuvole e per quell’altalena che mi balenavano nella mente, mi aspettavo uno spettacolo che parlasse d’amore, ma amore classico, quello tranquillo, quello delle favole, per intenderci.

Invece, lo spettacolo mi ha piacevolmente sconvolta, affascinata, perché in esso era presente l’Amore con la A maiuscola, un tipo d’amore che sorvola le città, penetra nell’intimo e apre gli occhi con naturalezza alla realtà che spesso, le TV, i giornali, ci fanno vedere come tutt’altra cosa.

In scena Roberta Castelluzzo e Luciano Amaseca Capasso, due artisti che fanno teatro acrobatico, con funi, trapezi, dove le parole spesso sono espresse dal corpo più che con la voce. Ma quello che mi ha affascinata è la delicatezza, la semplicità con cui viene affrontato il tema dell’accoglienza, della paura del diverso. Ebbene sì, in questo spettacolo, dedicato ai bambini, ma che andrebbe visto anche dagli adulti, si parla di accoglienza, un tema così fortemente presente ogni giorno, ma descritto con una consapevolezza di cosa sia e come si possa superare la paura del diverso.

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Una storia semplice, scritta e raccontata dalla voce da Roberta Castelluzzo che si trova in alto, seduta su un trapezio e, dalle nuvole, ci racconta ciò che accade in un paese dove la paura degli altri trasforma gli abitanti i quali, offuscati da tale sentimento, chiudono le frontiere e si nascondono agli altri. Il filo conduttore della storia è proprio quella degli abitanti e del gigante che si riscopre, suo malgrado ad essere un “sorvegliato speciale”, colui che pone il paese in isolamento, ma che non ha commesso alcun male per meritarsi un trattamento simile.

Intriso di poesia è anche il viaggio del gigante sopra le nuvole, insieme alla narratrice, dove, con lei, condivide il piccolo spazio del trapezio ma in modo così armonico, da far venire voglia di condividerlo più intensamente. Un bravissimo Luciano Capasso, che si  muove con agilità all’interno dello spazio tra la scenografia, ma che fa altrettanto in aria insieme a Roberta Castelluzzo, con la quale condivide in armonia quello strumento simbolo di libertà, di bellezza, di coraggio, di unione.

La scenografia, con le piccole casette, con le montagne poste in basso, osservate dall’alto dell’altalena permette una visione poetica della storia, che accarezza lo spettatore e lo guida, tenendolo per mano, verso la riscoperta di quel sentimento, quell’amore che si trasforma in un amore più grande, più immenso, allargando i confini e abbattendo i muri.

Uno spettacolo gentile, dolce, sincero, da consigliare, come dicevo prima, non solo ai bambini, che sanno amare senza condizioni, ma anche agli adulti, per farli ritornare, ancora una volta bambini, permettendogli di riscoprire quel sentimento chiamato Amore, che con il tempo, hanno imparato a suddividere sempre più in piccole parti da distribuire con il contagocce.

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