L’AIDS si può debellare entro il 2030

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Oggi è 1 dicembre giornata dedicata alla lotta all’AIDS,è infatti la World Aids Day, e la notizia che fa più scalpore è quelle che nel 2030 sarebbe possibile debellare l’epidemia. Sarebbe, perché per farlo bisognerebbe investire non nella ricerca, ma nella cura direttamente e per investire occorrono fondi che non ci sono.

A ricordarci questa certezza è l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che afferma che è possibile dare il “colpo finale” all’Hiv in modo preciso. Infatti, se entro il 2020 si riuscirà a diagnosticare il 90% dei sieropositivi, a mettere il 90% sotto trattamento e a sopprimere anche il virus sempre nel 90% dei pazienti, si potrebbe arrivare a contare, nel 2030, zero nuove infezioni e zero decessi.

Un risultato notevole che porrebbe fine all’epidemia più disastrosa di questi ultimi decenni. Per raggiungere questo risultato, però, bisogna raggiungere il primo obiettivo dal quale dipendono gli altri, e cioè diagnosticare il 90% dei sieropositivi. Un obiettivo che richiede l’impegno comune per raggiungere quella popolazione a più alto rischio e cioè gli omosessuali, i lavoratori del sesso e i tossicodipendenti.

A questo e a tutte le persone dovrebbe essere accessibile il test dell’Hiv, perché “oltre la metà di tutte le persone che vivono con l’Hiv, non sanno ancora di avere il virus” ha detto Gottfried Hirnschall che dirige il dipartimento Hiv dell’Osm. Avendo la possibilità di raggiungere tutte queste persone, si potrebbe ottenere l’atteso risultato della fine di questa epidemia.

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In Ruanda, paese che fino a pochi anni fa era in piena emergenza Hiv, oltre l’80% dei sieropositivi ha accesso alle cure, spiega Francesca Belli dell’Aides, la più grande Ong europea contro l’Aids. Il Ruanda, infatti, ha compreso che investendo 12,7 milioni in trattamenti, ne risparmia 25 milioni in nuove infezioni.

La situazione in Italia, come spiegato dagli esperti dell’Istituto Spallanzani di Roma, ci sono circa 3500-4000 nuove infezioni l’anno, nella stramaggioranza tra gli omosessuali, mentre in cura ci sono circa 100mila sieropositivi. Dati alla mano si stimano anche 20mila persone infette che non sanno di esserlo.

Secondo Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto, la situazione italiana è una delle migliori, poiché l’accesso alle cure e ai farmaci è totale, anche se bisogna cercare di  raggiungere le categorie più a rischio, quali tossicodipendenti e omosessuali. Nella statistica ci sono anche le regioni, dove il Lazio è la regione che ha il maggior numero di nuove diagnosi, se ne contano circa 600, mentre sono 15mila i sieropositivi. Un appello è stato fatto ai medici di base perché cambino atteggiamento e prescrivano il test in modo più naturale, come avviene per l’epatite.

Quella della lotta all’Aids è una sfida mondiale. Sul tema è intervenuto anche il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin, che ha affermato, in una lettera inviata al presidente della Croce Rossa Italiana, Francesco Rocca, “l’avvento delle nuove terapie antiretrovirali e un’assistenza medica avanzata hanno modificato, in particolare nell’ultimo decennio, le caratteristiche principali dell’epidemia. Rispetto agli anni Ottanta infatti, i pazienti sieropositivi sperimentano oggi un periodo asintomatico di benessere prolungato e una migliore qualità di vita, pertanto e’ l’andamento delle nuove infezioni da Hiv che deve essere costantemente monitorato per descrivere le modificazioni in atto e per fornire gli strumenti necessari a pianificare interventi di prevenzione primaria e secondaria”.

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