La visione dei giovani nel testo di A.CH.A.B.

In Recensioni

A.CH.A.B. – All Chihuahuas Are Bastards, scritta e diretta da Aleksandros Memetaj. Con Agnese Lorenzini, Ilaria Manocchio, Ciro Masella, Valerio Riondino, assistente alla regia Giorgia Calcari.

La storia racconta di tre giovani dei giorni nostri che condividono casa, ognuno di loro ha delle manie, un carattere che, con equilibrio, ha coordinato con gli altri. A capovolgere questo equilibrio arriva il quarto inquilino, un uomo più grande, non un giovane alla ricerca di se stesso per emergere, ma una persona alla ricerca di se stesso per riparare ai danni commessi duranti la sua vita. Il cambiamento genera incertezza, destabilizza gli equilibri, attiva incomprensioni e diffidenza, ma soprattutto paura, soprattutto in chi ha il carattere più debole, più “toccabile”. Ci si trova, infatti, dinanzi ad una situazione di mutamento totale che genera avversione e questa, a sua volta, genera paura, instabilità.

L’animo umano viene analizzato in quello che appare la sua debolezza. C’è chi, racchiuso nella sua quotidianità, si comporta come un essere che difende strenuamente il suo orticello, chiuso in una campana di vetro, e non riesce a entrare in contatto con la realtà, troppo dura, troppo estrema, troppo “vera”.

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Ma c’è anche chi non riesce a ad affrontarla nel modo giusto, facendosi carico di una vita che realmente non vuole, ma che è costretta a vivere per “sopravvivere”, in mondo che non soddisfa le aspirazioni di una giovane, spezzando i sogni che la stessa insegue fin da bambina.

C’è chi affronta la realtà in questo caso si direbbe “a muso duro” ricevendone in cambio solo delusioni. Ma quest’ultima è anche la persona che non molla mai, che non perde la speranza e che continua a invogliare i suoi amici nel perseguire i propri desideri per realizzare i propri sogni.

Infine c’è chi la vita l’ha vissuta e si ritrova a dover fare i conti con le proprie scelte, quelle che hanno determinato il suo presente e che lo vedono lontano dalla figlia. La sua visione è aperta, il suo modo di avvicinarsi ai giovani inquilini è molto sganciato e generoso.

Lo spettacolo inizia con un silenzio, quello che coinvolge i due attori maschili del cast (Riondino e Masella) un silenzio in cui il corpo e viso parlano tantissimo e questo dialogo silenzioso così intenso, non lo vedevo in scena da un po’. Un inizio travolgente che i due interpreti sanno presentare molto bene.

Sulla scena gli attori si immedesimano sapientemente nei propri personaggi, nelle loro storie e nei loro modi di essere e presentarsi. Particolari che coinvolgono e rendono interessante lo spettacolo sono, oltre alla scena iniziale, che ho già descritto, i dialoghi spezzati dove gli attori si cimentano in cambi di successioni visivi simili al rallentatore o riavvolgimento della storia, spezzoni che si ricompongono con il proseguo della stessa, insieme a piccoli accorgimenti che fanno esplodere l’ilarità del pubblico.

Il ritmo è un crescendo in un insieme di comicità, surrealismo, realtà, paura, dolcezza, con dei momento intensi dove esplode la rabbia o, al contrario l’ilarità. Emozioni che emergono e si dipanano dal palco agli spettatori.

Bella la drammaturgia e la direzione registica di Memetaj che spazia con decisione nel mondo delle emozioni e della vita moderna, confrontando l’attuale con ciò che era importante qualche anno prima. Particolare impatto visivo hanno gli oggetti scenici che risaltano con il loro biancore, accostati ad altri di colore rosso. Sono questi i colori scenici che ampliano la visione del palco. Una riconferma per questi giovani attori Lorenzini, Manocchio, Riondino uniti all’esperienza e bravura di Masella. Uno spettacolo da vedere e assaporare. 

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