La violenza sulle donne nel monologo “Ex moglie si innamora “da morire” di ex moglie”

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L’amore fra donne nel testo/Inchiesta di Betta Cianchini, “Ex moglie si innamora “da morire” di ex moglie” all’Ar.Ma. Teatro di Roma, con il Patrocinio della Cooperativa Sociale Befree (contro la violenza sulle donne) e con il patrocino del Digayproject e Imma Battaglia.

Le donne, ormai è accertato, hanno una marcia in più per pensare, per agire, per amare.

Maria, la protagonista di questa storia, se ne accorge con il tempo, quasi inconsapevolmente. Lei  calabrese, giovane donna piena di speranze e animata dalla vita, sposa un uomo con le sue stesse origini. Per un periodo le cose vanno abbastanza bene poiché lei vivendo accanto all’uomo che ama, lentamente e senza accorgersene, si adatta ai suoi desideri. Spariscono lentamente dalla sua vita, il cinema, le uscite con le amiche, le uscite in comitiva. Lentamente la sua vita si trasforma in quella che preferisce  vivere il suo amato pantofolaio: una vita legata ai ritmi del lavoro e alle uscite per portare a spasso il cane o fare la spesa, o ai ritmi della figlia. Una vita infelice che lentamente la consuma.

Solo che un giorno Maria incontra un’altra donna che, all’improvviso, le sconvolge la vita. È lei che la riporta con allegria verso un mondo che non è legato alla sola famiglia, ma alla gioia di vivere anche nelle piccole cose ed ecco che riappare sul viso di Maria, il piacere di vivere, di godere dell’incontro, delle persone, dei gesti quotidiani. Un amore tra donne che si comprendono, che si conoscono, che si amano. Ma è anche un amore che sconvolge suo marito, il quale mal sopporta la nuova relazione della moglie e reagisce malissimo riversando su di lei frustrazioni, colpe, accuse, in maniera violenta, come solo la violenza sulle donne sa fare: una violenza fisica e mentale. L’uomo non riesce ad accettare che sia stato lasciato per una donna.

Il testo è un attraversare la vita di una “donna semplice” che vive nella sua normalità, tra i sentimenti di serenità, amore, dolore, che attraversano tutte le donne. Si passa da scene di vita quotidiana che suscitano ilarità, a momenti in cui la riflessione spegne il sorriso appena regalato. Si sentono e percepiscono i suoni e i rumori della vita. Soprattutto si resta sconvolti dal repentino mutamento della scena: un attimo prima si rideva, l’attimo dopo si sta soffrendo insieme alla donna.

All’attrice in scena, Francesca Romana Miceli Picardi, si deve sicuramente, la capacità di farci partecipi, anche se spettatori, del dramma di Maria, portandoci con mano nella sua vita e suscitando in chi ascolta, i medesimi sentimenti che lei prova e lancia al pubblico. Il monologo non resta inerme sul palco, ma si trasferisce tra il pubblico a cui l’attrice, pone delle domande, guarda e trasporta gli umori attraverso il suo dire, ma anche attraverso il suo sguardo intenso. È un dialogo continuo, un inserirsi vivamente all’interno della vita raccontata sul palco. Forti sono i momenti in cui viene evidenziata la violenza che la donna subisce e che spiazzano lo spettatore.

La Picardi è intensa, viva, palpitante, energica, emozionante. Il suo personaggio non resta nelle sue mani, ma lo passa a chi ascolta. La scena è misera, ma non può essere diversamente, visto che il tramite è quello dell’attore che monopolizza l’attenzione. La sedia un mezzo per enfatizzare e l’abito, ha la funzione di trasformare Maria da succube moglie a libera donna.

Una rappresentazione in cui la violenza sulle donne si accascia sulle spalle di chi l’ha subita, di chi continua a contrastarla, perché si nasconde dietro a donne che, in molti versi, sono state donne felici e normali e che, infine, si sono ritrovate a dover contrastare chi usa la violenza come modo di vita.

Alla fine si esce dalla sala chiedendosi come sia possibile che ci siano uomini così, che l’amore sia, spesso, solo un pretesto di dominio e non lasciato libero di volare per conto suo, di esprimersi, a causa di preconcetti enfatizzati dalle dicerie.

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