La via della seta

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Immagine da web

in Italia, stiamo lentamente assistendo alla morte della produzione di abbigliamento nostrana

Oggi, nella mia sartoria, è entrata una cliente che ha portato un capo d’abbigliamento da modificare accorciandolo e stringendolo per portarlo a misura. Tutto normale niente da eccepire, ma la mia attenzione, dopo essermi un po’ ripresa dalla notizia, è stata rivolta non all’estetica del capo, ma al prezzo: la signora ha pagato un abito da cerimonia € 9. Dapprima pensi che è possibile pagare queste cifre recandoti in un qualsiasi mercatino dell’usato, dove gli abiti vintage e non solo pullano. Ma no, la cliente, con fare orgoglioso, ha specificato di averlo comprato nuovo on line.

Non so da quale città provenisse, il sito non ne fa riferimento, ma la mia esperienza di conoscitrice di materiali mi ha fatto subito constatare un’origine cinese. Non è un luogo comune, non si usa l’espressione ‘è stato fatto in Cina’ per indicare un qualcosa di fattura pessima. Questo capo proveniva proprio da lì.

E mentre la signora continuava a decantare il suo acquisto intelligente per il relativo risparmio, io che realizzo capi di abbigliamento mi sono chiesta: “Come si fa a vendere un abito a soli €9?”.

Facciamo due conti allora.

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Il costo dei materiali in proporzione non può chiaramente superare 2 euro e la manodopera non andare oltre i 2,5 euro. La regola infatti basilare è quella che il capo lo metto in vendita al doppio di quanto mi è costato realizzarlo. Vada pure per il costo del materiale di qualità scadente, basta esporlo qualche minuto al sole e si scioglie, ma come si fa a realizzarlo pagando la manodopera 2,5 euro?

Rimango basita, non capisco. È vero che in Italia i prezzi della manodopera sono assolutamente più alti rispetto ad altri paesi: se da una parte gli stipendi si mantengono bassi (mediamente un’operaia o sarta italiana guadagna al netto 1200\1400 euro) dall’altra parte i contributi da versare allo Stato sono quasi pari alla metà dello stipendio stesso.

Insomma una sarta in Italia ‘pesa’ all’azienda circa 15\20 euro l’ora. Non sto a criticare questo aspetto, anzi ritengo che una dipendente, una sarta abbia diritto a stipendi più alti, ma ho fatto questi calcoli per dirvi che per poter vendere un abito a 9 euro on line, da qualche parte del mondo c’è qualcuno che sta lavorando per un euro al giorno (e mi sto pure allargando!!!), e in questa nostra parte del mondo, esattamente in Italia, stiamo lentamente assistendo alla morte della produzione di abbigliamento nostrana.

Certo voi direte che la differenza tra un capo prodotto in Italia da mano esperte e con prodotti buoni si vede rispetto ad uno ‘fatto in Cina’; sì, si vede, ma spesso solo occhi e mano di intenditori se ne accorgono e di fronte al risparmio l’ipotetico cliente non si sofferma ad analizzare il minimo dettaglio che fa la differenza.

Io non ce l’ho con i cinesi: ammiro il loro stakanovismo, una parte della loro cucina. Sono a favore del creare ‘vie della seta’ per favorire scambi culturali ed economici tra i Paesi. Ma i criteri, i parametri lavorativi, le leggi devono avere lo stesso comune denominatore. Lo scambio tra Paesi deve essere quello che: io Italia esporto i miei prodotti tipici, la mia moda fatta con i miei materiali nel tuo Paese e dalla Cina importo i loro prodotti tipici, la loro moda con i loro materiali (le loro sete sono meravigliose), e non importo imitazioni dei prodotti italiani, della moda italiana fatti con materiali scadenti e da manodopera sfruttata.

Pensate che originale creatività potrebbe scaturire dallo sposalizio di arti e stili tra Cina e Italia; così si dovrebbero costruire ponti finalizzati alla crescita dell’economia di un Paese, ma sempre ed esclusivamente senza mai perdere di vista l’aspetto più importante: il valore umano, il rispetto per il suo lavoro.

L’estrazione di valore è un processo affatto diverso dalla produzione di valore.
(Luciano Gallino)

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