La verità nelle vignette satiriche

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14193858_10211171438908975_1559696285_nLa verità è quella cosa che spesso fa male, molto male, per questo anche i più grandi autori usavano la satira per poter esprimere, in modo veritiero qualcosa che, altrimenti detto, non sarebbe stato accettato. Accettare la verità non è da tutti. Eppure, se si vuole cambiare, se si vuole migliorare e comprendere davvero le cose, bisogna partire da una base solida, l’unica: la verità. Chi vede la verità? Chi vive al di fuori della storia, chi ne è protagonista è sempre di parte. Non a caso quando si parla di verità storica, si dice sempre che quella verrà compresa dopo, quando ormai i fatti sono terminati e la si può analizzare in modo oggettivo, o almeno si dovrebbe.

La premessa serve alla mia non condanna della satira di Charlie Hebdo. Certo, la trovo di cattivo gusto, ma non posso condannarla. In una vignetta la mente satira dei francesi, non di tutti, unitile fare sempre di tutta l’erba un fascio, ha esposto cosa, al di là delle Alpi, pensano i nostri cugini e sono certa che non lo pensano solo loro. Gli altri guardano, pensano, ma tacciono, come noi del resto. La lasagna con i nostri morti, non è che un pensiero nostro perché il terremoto del 26 agosto ha ucciso dove non avrebbe dovuto uccidere, ha distrutto dove non sarebbe dovuto cadere nulla, ha mostrato, ancora una volta, la vulnerabilità edilizia del nostro paese.

Una scossa di magnitudo 6.0 ha buttato giù interi paesi, sommerso di pietre e cemento persone, abbattuto edifici appena ristrutturati ucciso 295 persone e questo, in Italia, paese noto anche per i terremoti, non è ammissibile. In altri paesi, che non fanno parte dei “potenti della terra”, terremoti come questi, o di magnitudo più alta, non causano tutti questi morti. E poi penso al Giappone, che vive costantemente con scosse molto più potenti, dove i loro grattacieli sono davvero posti sicuri non solo per gli studenti, ma anche per chi vive nelle città.

Nascondiamo sempre la nostra mano dietro la schiena ogni volta che accadono fatti simili, ascoltiamo i proclami dei politici che annunciano alle televisioni e al mondo intero che cose del genere non avverranno  più, ma in sostanza non cambia nulla. Siamo sempre nelle stesse condizioni, costruiamo in modo inadeguato, permettiamo che la mafia e i politici stessi mangino sulle nostre strutture, pregando che non accada l’irreparabile, e, quando esso accade, perché accade, nascono le commozioni, ma tutto si ferma lì. Non abbiamo mai esposto la nostra faccia di cittadini, di uomini e donne, che vogliono un’edilizia, infrastrutture pubbliche e private coerenti con le direttive italiane. Sì, perché è inutile dire che bisogna cambiare la legge, sulla carta, noi siamo dei professionisti. Non a caso abbiamo quella che per molti stranieri e la più bella Costituzione al mondo. Non solo, ma da anni, ormai, abbiamo delle regole che devono essere rispettate. A noi manca l’attuazione delle leggi, il rispetto delle stesse.

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Vogliamo dare la colpa alle mafie, certo, è colpa loro. Ormai sono i capitalisti delle infrastrutture, diventate potenti lobby del cemento che non permettono a nessuno di sopravvivere, se non con le loro idee e i loro metodi. Poi ci sono i politici che hanno permesso e permettono ancora a gente come loro di poter agire indisturbati, a incassare soldi, mal pagando operai, chiudendo la bocca a chi vuole opporsi. Infine ci siamo noi cittadini, che vediamo e che per paura, omertà, giriamo la faccia dall’altra parte, almeno fino a quando non accade qualcosa a noi, alla nostra famiglia.

Accumuli è solo l’ultimo esempio di un’infrastruttura che non è sicura. Da anni si cerca di mettere in sicurezza il territorio italiano, ma nessuno fa nulla o vuole spendere per questo, meglio intascarli personalmente.

In fondo, chi fa giornalismo serio e segue attentamente le vicende italiane, attraverso carte, processi, denunce e sopralluoghi, e non scrive solo per sentito dire o per sensazionalismo, sa che le nostre sono tragedie annunciate. Ce lo spiega la seconda vignetta satirica che è apparsa in risposta alle critiche italiane sulla prima: le mafie hanno costruito in Italia e non i francesi, o i satiri, o chi ci vede dall’esterno.

Non corre andare indietro al terremoto dell’Irpinia (1980), dove non sono ancora certa che tutti gli aventi diritto abbiano ottenuto la ricostruzione ancora oggi, ma che di sicuro ha visto solo dopo trent’anni la rinascita di paesi andati distrutti, oppure toccare la Salerno – Reggio Calabria, ancora oggi oggetto di commenti satirici italiani, delle sue corsie strette che hanno causato tanti incidenti gravissimi di cui non poco si è parlato. Basta toccare con mano la ricostruzione de L’Aquila, o vi siete forse dimenticati anche il ponte siciliano sulla Ravanusa – Licata, crollato 10 giorni dopo l’inaugurazione e il viadotto che non è stato capace di fermare l’uscita di strada dell’autobus sulla A13?

Ecco, basta girare per le strade italiane, cittadine o meno, per entrare in contatto con le nostre mancanze, con i nostri “difetti” di costruzione. Perché le cose si vedono. Possibile che una ragazzetta non patentata avesse visto ad occhio nudo e solo percorrendola, che le corsie della Salerno-Reggio Calabria erano più strette dell’autostrada Caserta – Roma? E gli ingegneri, i geometri, chi ha inaugurato e controllato per anni i lavori, chi se ne intendeva, cosa faceva?

Forse, se eliminassimo tutte le aziende italiane nelle ricostruzioni, chiamando quelle estere, il lavoro sarebbe fatto meglio, senza inganno, senza risparmio sulle nostre vite. Perché a vedere tutte quelle vite spezzate di uomini, donne, bambini, ci piange il cuore e non poco, mentre si alza la voglia di giustizia per delle vite che avrebbero potuto essere salvate se solo ognuno di noi avrebbe fatto il proprio mestiere. In fondo è solo questo che si chiede. Le tragedie accadono, si chiamano tragedie per questo. I terremoti non possono essere previsti, sono tragedie, ma se alla tragedia aggiungiamo l’incuria, le mafie, ecco che la tragedia diventa una catastrofe. Eppure basterebbe che ognuno di noi facesse il proprio lavoro onestamente.

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