La vergogna di Aleppo

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Aleppo è la vergogna dell’Europa che non ha saputo contenere una tragedia prevedibile. Aleppo è la città simbolo di una rivolta cominciata con i migliori auspici e trasformata, anche per colpa del mondo occidentale, in una guerra civile. Aleppo è la resa dei valori umani di fronte all’egoismo. Aleppo è lo specchio di una società che predica bene e razzola male, proprio come le persone che spesso accusa. Aleppo è solo una delle città, ma è il simbolo dell’indifferenza, dell’odio, dell’economia, della violenza, insomma, di tutti quei sentimenti negativi che nascondiamo. Aleppo ne è solo il simbolo e solo perché la città è fin troppo vicina all’Europa. Ma Aleppo potrebbe essere una qualsiasi città del Congo, della Somalia, del Pakistan, di tutte quelle città che vivono il terrorismo islamico, della sua fascia estremista, di quelle organizzazioni che utilizza i bambini e le donne come bombe umane, rapiscono e violentano donne, che uccidono senza alcuna pietà i civili.

Non è la prima volta che bambini e bambine vengono utilizzate come kamikaze, ma fino a quando non è capitato ad Aleppo nessuno ha voluto parlarne. Eppure nelle terre africane, asiatiche, quelle terre da dove partono disperati i migranti, violenza, orrore, paura, distruzione, sono all’ordine del giorno. Ma restano lì.

L’Europa tace ammutolita racchiusa in questa situazione che ha decretato la fine di un sogno. Il sogno europeo non era la moneta unica, non era un mercato commerciale, non era l’economia condivisa, non era lo spread, non erano le ristrettezze in cui il popolo è costretto a vivere, non era la troika. I padri fondatori dell’Europa, rivedendola ora, si scandalizzerebbero, paralizzandosi dinanzi a quello che ha trasformato il sogno europeo. L’Europa avrebbe dovuto essere la pace, l’isola felice dei diritti e doveri dell’uomo, la culla delle Dichiarazioni Universali di cui l’Onu si è fatta protettrice. Era la voglia di costruire un mondo migliore, di offrire un posto sicuro a tutti, di crescita, amore, fratellanza, accoglienza, di distribuzione delle ricchezze. Insomma era un’utopia che alcuni avrebbero voluto trasformare in realtà.

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Invece il tutto è rimasto una chimera nei sogni di chi ha lottato per l’Unione Europea, di chi vedeva in questa un’unione unica, indiscutibile. Il loro sogno si è infranto con i migranti, ma ancor di più con la guerra che non è mai riuscita a fermare. Non c’era riuscita con la guerra civile dell’ex Jugoslavia, avvenuta nel cuore dell’Europa stessa, una dura guerra fratricida in cui si sono registrate stragi e tragedie. Da quella sconfitta, l’Unione avrebbe voluto unirsi per impedire che una cosa del genere si ripetesse. Nonostante ciò non c’è riuscita nemmeno con la Siria, che ha abbandonato al suo destino. Non riesce ad impedirlo nemmeno con la Turchia, che, grazie alle sue minacce di liberare i migranti tenuti in territorio turco, tiene in scacco un’Europa che ha paura, se non terrore, delle persone che essa stessa ha messo in pericolo.

Le armi che vengono utilizzate in Siria o in altri paesi dove il terrorismo fa paura, arrivano dall’Europa, dagli Stati Uniti, dalla Russia, insomma, da tutte quelle nazioni che hanno alimentato con le la loro economie belliche un conflitto che ha lasciato e continua a lasciare morti e migliaia di feriti non solo nel corpo, ma anche nell’anima. La stessa anima che è stata violata dalle violenze, dalle paure, che non riesce a trovare una nota positiva dopo aver vissuto a lungo nel terrore.

Ecco, Aleppo rappresenta tutto questo e molto altro ancora, mentre il mondo si chiede se e quanto sia giusto continuare a guardare inermi, che le bombe cadano sulle città uccidendo i civili. S’interroga se sia giusta far precipitare il mondo stesso indietro di secoli, verso una decadenza sociale che agli uomini di oggi fa paura, come fa paura protestare o pensare che per una protesta si potrebbe perdere il sereno del proprio orticello.

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