La classe non fa acqua, ma colma l’indifferenza

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In scena uno spettacolo particolare, “La classe” che ci porta a riflettere su integrazione, scuola e società, scritto da Vincenzo Manna, diretto da Giuseppe Marini, con Andra Paolotti, Cecilia D’Amico, Tito Vittori, Carmine Fabbricatore Edorardo Frullini, Valentina Carli, Giulia Paoletti, Haroun Fall e con la partecipazione straordinaria di Ludovica Modugno. Da un progetto nato dalla la sinergia di soggetti operanti nei settori della ricerca (Tecné), della formazione (Phidia), della psichiatria sociale (SIRP) e della produzione di spettacoli dal vivo (Società per Attori).

Il sipario si apre su una scenografia precisa, che ti permette di comprendere immediatamente dove ti trovi e cioè in una classe. In molti si saranno, per un attimo, ricordati della loro classe, i banchi, le sedie, il silenzio della classe vuota, il caos del disordine e poi, se ha frequentato una scuola di periferia, avrà sentito, d’un tratto la sensazione di un ritorno nel luogo che lo ha visto protagonista per alcuni anni.

La classe, i banchi, le sedie, la porta, le finestre, ci spingono a ritornare costantemente in uno dei luoghi più discussi della nostra società.

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Appare immediatamente, la solitudine dell’insegnante, un giovane a cui è affidata per la prima volta una classe e non una semplice, inoltre è al suo primo incarico. Da tutte queste prime volte appare l’ansia, la paura di non riuscire ad essere all’altezza.

Gli alunni sono sei, ragazzi della periferia, tutti con le loro vite e i loro disagi dovuti all’età, ma anche al luogo in cui vivono, in cui sono cresciuti, alla società che li circonda. Albert (Andrea Paolotti) è l’insegnante che si trova a contatto con sei ragazzi, costretti a frequentare un corso di recupero: Maisa (Cecilia D’Amico), Nicolas (Carmine Fabbricatore), Vasile (Edorardo Frullini), Arianna (Valentina Carli), Petra (Giulia Paoletti), Talib (Haroun Fall). Ognuno di loro si dimostra razzista nei confronti del ghetto in cui sono rinchiusi i migranti, ma lo è anche con propri compagni, poiché ognuno di loro ha origini diverse. Eppure, nonostante queste loro diversità, riescono a collaborare sfruttando la possibilità di vincita di un premio europeo per le scuole, a cui tutti insieme partecipano. Questa collaborazione permette ai sei ragazzi di stringere amicizia, di conoscersi, comprendersi e sentirsi parte della società, ma soprattutto, abbatte il razzismo che gira intorno a loro.

Il preside (Tito Vittori) non mostra alcun interesse per i giovani, tranne riuscire a farli diplomare nei tempi stabiliti dalla legge, per evitare inutili burocrazie. Il corso di recupero che ha preparato, infatti, non serve a migliorare le prestazioni scolastiche degli allievi, ma solo a constatarne la presenza a scuola degli stessi per il recupero scolastico. 

Il racconto della rifugiata, interpretata da Ludovica Modugno, ci trasporta nel campo, chiuso dalle barriere dell’indifferenza e del terrore. Si ha più paura della conoscenza che dell’ignoto, perché apprendere una realtà, come quella dei migranti, mette in crisi il nostro sistema sociale. La Modugno interpreta con una vena malinconica questa situazione.

La storia parla di integrazione, ma prima di tutto di esclusione. Ci sono gli esclusi, quelli che abitano lontano dal centro cittadini, separati da un muro spinato che è formato da razzismo, diffidenza e paura, ben più potente di quello materiale. Eppure attraverso la conoscenza è possibile interagire e scoprire che le differenze sono immaginarie perché nella realtà la vita di ognuno è molto simile alla vita degli altri.

Prova decisamente ottima per Andrea Paolotti che rapisce con la sua interpretazione, portandoci a sentire gli stessi sentimenti che prova il suo personaggio e facendoci vibrare con lui, per le scelte, per le tensioni, per la voglia di modificare atteggiamenti, per la sua lotta contro il razzismo e per la verità. Un insegnante convincente grazie alla bravura che l’attore mostra in scena. Non tentenna mai, non si lascia mai distrarre da nulla, diviene interamente il personaggio che interpreta.

Altra bella prova quella di Haroun Fall, coinvolgente, deciso, privo di indecisioni. Di lui, giovane interprete, nulla è casuale, ma studiato e ben interpretato. Intensa anche la cattiveria ricca di odio esplosa da Carmine Fabbricatore che si trasforma in un cattivo senza pace, alla ricerca di un colpevole ad ogni costo.

Diciamo che l’intero cast ci permette di entrare all’interno della scuola, della società, per farci riflettere sulle differenze, sulle paure, sulle indecisioni della gente, molto spesso influenzate da chi ama fomentare il terrore fra le persone. Una prova che i giovani attori hanno superato benissimo, tanto da diventare simboli di una società razzista, fortemente votata al cambiamento. Ottima la regia di Giuseppe Marini che ha saputo tirar fuori dai suoi attori degli aspetti fin troppo realistici di una realtà che spesso vogliamo nascondere con la scusa della non conoscenza.

L’animosità delle scene che si alternano sul palco, tiene svegli e attenti gli spettatori, non permettendogli di distrarsi, mentre sulla scena si evidenzia la fragilità delle relazioni fra esseri, dei sentimenti. Ad accompagnare tutte le scene, la musica, che diviene parte integrante della storia, ottenendo un posto importante sul palco.

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