Intervista al regista di “La Fleur: il fiore proibito” Riccardo Brunetti

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Foto ufficio stampa

In questi giorni, presso l’Associazione Culturale Controchiave Via Libetta1/a, Roma, va in scena fino al 23 luglio, data prorogata, “La Fleur: il fiore proibito” uno spettacolo particolare, la cui particolarità è rappresentata dall’esperienza immersiva. Abbiamo rivolto alcune domande al regista dello spettacolo, Riccardo Brunetti.

Salve, lei è in scena in questi giorni con “La Fleur: il fiore proibito” un racconto noir ispirato alla filmografia classica e autori importanti. Come mai ha scelto Roma come ambientazione?

Un’esperienza immersiva è una performance site-sympathetic o addirittura site-specific: essendo messa in scena a Roma, va da sé che l’ambientazione sia letterale. Roma poi è la città dove sono nato e cresciuto, e conoscerla bene significa poterne evidenziare anche i lati oscuri.

Qual è il fulcro della storia?

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Raccontiamo delle vicende di una famiglia malavitosa romana, gli Andolini, subito dopo un colpo particolarmente ricco… Si affrontano tanti temi: il rispetto, il rinnovamento, la tentazione, il potere, il tradimento, il coraggio. Un’esperienza immersiva ha uno sviluppo narrativo molto complesso: più che una sola storia, si tratta di un intreccio di storie. Sono poi le scelte attive dello spettatore che determinano quali linee narrative toccherà.

Quanto c’è di Roma e dei romani nella famiglia Andolini?

Ogni romano potrà riconoscere alcuni tratti che conosce molto bene. Una spavalderia, una convinzione di essere migliori degli altri, una memoria storica, la sensazione di saperla lunga… fino alle memorie dell’impero. Il seme di questo lavoro è piantato profondamente nel luogo in cui l’abbiamo sviluppato.

La caratteristica principale dello spettacolo è quella di rendere partecipi anche gli spettatori, che diventano attivi personaggi. Da dove nasce l’idea?

Fin dal 2013 abbiamo cominciato a sperimentare con le dinamiche dell’immersivetheatre, praticamente ancora sconosciuto in Italia, ma molto seguito nel Regno Unito e in alcuni altri paesi europei. Nel 2015 abbiamo creato, anche grazie alla collaborazione del Teatro Studio Uno di Alessandro Di Somma ed Eleonora Turco, la prima esperienza immersiva italiana: “Augenblick”. Questo nuovo lavoro segue proprio il successo che ebbe quella.

Come risponde il pubblico a questa novità?

Ovviamente sulle prime c’è uno spiazzamento: le convenzioni a cui siamo abituati nella performance sono decisamente diverse. Ma non appena si comincia a capire il meccanismo, il pubblico comincia decisamente a divertirsi. Le potenzialità di un’immersione sono ancora un terreno largamente inesplorato. Finora i feedback che riceviamo sono entusiasti: una boccata d’aria fresca nel panorama italiano.

Per lo spettacolo c’è un doppio cast, da cosa è nata l’esigenza di interagire con tanti attori?

Da questioni meramente logistiche. Abbiamo in programma molte repliche e l’esperienza è lunga e stancante per i performer – un ricambio è assolutamente necessario.

Com’è avvenuta la scelta del cast?

In maniera molto variegata. Abbiamo riunito persone che collaborano con noi da molti anni, insieme a nuovi professionisti interessati a questa particolare forma performativa.

Cosa si aspetta da “La Fleur: il fiore proibito”?

Mi aspetto di divertire molte persone, facendogli fare esperienza di qualcosa che è praticamente impossibile da trovare nel nostro paese. Poi spero di indignare qualcuno. E infine spero di far riflettere qualcun altro.

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