Intervista a Matteo Maria Dragoni e Lorenza Sacchetto per “L’importanza di chiamarsi Ernesto”

In Teatrando con

Ernesto è chi si vorrebbe essere

In vista dello spettacolo “L’importanza di chiamarsi Ernesto“, capolavoro di Oscar Wilde e così tanto rappresentato in teatro e non solo, abbiamo voluto rivolgere alcune domande a Matteo Maria Dragoni e Lorenza Sacchetto, per approfondire l’argomento e conoscere cosa c’è dietro ad un lavoro teatrale come questo.

 

In scena “L’importanza di Chiamarsi Ernesto”, con adattamento e regia di Lorenza Sacchetto e Matteo Maria Dragoni. Qual è la particolarità di questo adattamento?

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La peculiarità intorno alla quale abbiamo sviluppato l’adattamento de “L’importanza di chiamarsi Ernesto” è stata la volontà di dare al testo una dimensione più naturale dal punto di vista interpretativo, rendendo i dialoghi più freschi e appunto più “dialogati” che recitati, privati di certi lirismi che non appartengono più a quest’epoca. Testo che tuttavia non ha subito modifiche rispetto alla scrittura originale – lungi da noi toccare o storpiare tanta perfezione stilistica! -, se non lì dove nomi, eventi, o dinamiche, esigevano un mutamento per coerenza storica.

Ambientato negli anni ’50, perché la scelta di questo periodo?

Gli anni ‘50, storicamente, sono stati anni di grande cambiamento sociale, politico, culturale, di grandi ideali; così come lo furono gli anni a cavallo tra l’800 e il ‘900, e cioè quando Wilde compose quest’opera (1895). Inoltre, in questo modo, abbiamo potuto constatare l’immutabile attualità della vicenda, la quale anche se “vestita” di costumi e ed usi diversi rispetto all’originale, continua a mantenere la propria validità nel tema dei rapporti familiari, rapporti che rimangono immuni al mutamento sociale.

Quanto attuale può essere ancora questa storia?

Tanto, appunto. Non solamente dal punto di vista di dinamiche familiari, ma anche e soprattutto prendendo in considerazione il tema centrale dell’opera, e cioè quello dell’apparire. Il come si appare diventa più importante del chi si è. Dinamica questa più che fedele ai giorni nostri, portata all’estremo dai social network, dove l’immagine di sé assume il ruolo primario e l’alterazione dalla e della realtà ne diviene logica conseguenza.

Chi è Ernesto? Cosa rappresenta realmente?

Ernesto è chi si vorrebbe essere, la maschera migliorata di noi stessi da proporre agli altri. L’alter ego agente – o forse sarebbe meglio dire l’avatar, per essere più fedeli ai nostri tempi -, che prende in mano la nostra vita e ci illude di essere l’unico mezzo per raggiungere traguardi altrimenti neanche immaginabili.

I registi cosa hanno richiesto, particolarmente, al loro cast?

La raccomandazione che abbiamo fatto ai nostri attori è stata quella di divertirsi interpretando e di essere spontanei nell’esecuzione. Di non sentirsi in nessun modo ostacolati dal testo e dal linguaggio, ma anzi di accoglierli e di interiorizzarli, mettendosi a proprio agio tra le righe di ogni battuta, percependole non come delle catene ma come finestre dalle quali far sporgere il carattere di ognuno dei personaggi.

“L’importanza di Chiamarsi Ernesto” è anche uno degli spettacoli più rappresentati, qual è il suo successo con il pubblico e con gli addetti ai lavori?

Crediamo che il successo di quest’opera sia dovuto innanzi tutto alla perfezione stilistica e organica del testo, sia dal punto di vista lessicale che da quello della dinamicità della narrazione. E in pari luogo alla forte comicità dei personaggi e della vicenda, nella quale è impossibile non ritrovarvisi e di sentirsene parte, a prescindere dalla prospettiva da cui si guarda lo spettacolo.

 

Giovedì 27 Giugno 2019
ore 21:00
 
Teatro Due
 
Vicolo dei Due Macelli 37 – Piazza di Spagna – Roma

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