Il mondo di “Torre Elettra”

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Il mondo può essere lo stesso dopo anni? Ci sono o ci saranno cambiamenti? Sembra proprio che a questa domanda, così tanto espressa negli anni, non si trovi mai risposta giusta, salvo constatare, con rammarico, che l’uomo, nei secoli, si ritrova ad affrontare stesse situazioni, stesse modalità di vita e di errori.

Torre Elettra, andato i scena al Teatro Brancaccino di Roma, rappresenta proprio una di queste realtà così nefaste. Ambientato in una Roma del futuro, segnata da una guerra tra le periferie e lo Stato centrale, si apre alla visione di vita di una famiglia, al cui interno si alternano odio, vendetta, ma anche la possibilità di agire senza legge, poiché quella, ahimè, nelle distanti periferie, non giunge.

In questa visione, in fin dei conti forse non troppo lontana dalla realtà, la legge è lontana, non giunge e la giustizia si amministra secondo le scelte e le decisioni di chi vive efferati delitti. Si devono fare i conti con morti atroci, come quella rappresentata dalla seconda figlia di questa famiglia, morta in una manifestazione, mentre si continua a lottare per qualcosa che il tempo trasforma in potere.

La madre, rimasta al comando della famiglia, dopo la morte sospetta del marito, appare conformista, dirige non solo i componenti della famiglia e il compagno attuale, ma anche una lotta di potere, nascosta proprio dalla sua apparente fermezza di madre e moglie. Intorno a le lei girano le vite dei figli, uno fuggito in Germania, lontano dalle rivolte, l’altra rimasta a casa con la madre, ma in fermento perché ha compreso una realtà dura e per questo medita vendetta.

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E così le loro vite si trascinano tra apparente normalità, odio, sete di vendetta sia all’interno della famiglia sia all’esterno, fino a quando il fuoco della rivolta, che continua a bruciare all’esterno, come la torre che si vede dalla loro casa, si propaga efferato all’interno della stessa.

La visione della famiglia disperata, disarma notevolmente quella di una più classica, o meglio di una realtà che è vicina a noi, ma che spesso non vogliamo vedere, non notiamo per evitare di fare i conti con la realtà stessa, sempre più dura e consequenziale alle azioni e ai modi di agire delle persone stesse. È una sensazione di malessere, di orrore, di paura, di negatività che allarma e lascia in secondo piano, le piccole, quasi impercettibili, sensazioni positive che possono riaffiorare da ogni avvenimento. Uno spettacolo che scava nell’animo umano, nella disperazione, nel cinismo. Così tanto che la visione della giovane Olimpia diviene quel punto ironico e divertente che prova a sdrammatizzare una situazione già di per sé, molto tesa.

È una visione tanto dura, quanto reale, come dicevo prima, di un mondo che, attraverso indifferenza, ricerca di potere, privilegi interni ed esterni, sta portando alla scomparsa di quegli ideali umani, della felicità, delle riscosse dei cittadini. Il finale lascia l’amaro in bocca, ma come i testi impegnati, che appaiono sulle scene, non si può stravolgere una realtà così ferma.

In scena la compagnia Planet Arts Collettivo Teatrale formata da Valentina Perrella, Liliana Massari, Cristina Todaro, Luciano Guerra, Alessandro Giova e Matteo Montalto, diretta da Giancarlo Nicoletti che ne firma anche la drammaturgia. Tutti bravi a calcare un palco le cui dimensioni sceniche corrispondono a quelle che sono le peggiori visioni di un’umanità al collasso.

Bella la scenografia, dove scatoloni di cartone, facilmente spostabili, ne offrono una visione di ingegno, caratterizzata da movimenti scenici attraverso il buio che sposta la scena di tempo e di luogo. Un passaggio naturale tra la precarietà della vita e delle azioni umane.

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