Il jeans: la seconda pelle dell’uomo

In Moda

Il jeans, quel capolavoro di vestiario che risolve la nostra crisi quando non sappiamo che mettere

Se c’è un capo che non passa mai di moda, che va bene in tutte le stagioni, che chiunque ne ha almeno uno nell’armadio, questo è il jeans.

Il jeans è democratico, non viene indossato da un ceto, da un gruppo, da una razza, da un sesso, non etichetta una categoria.

Il jeans livella tutti.

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Lo porta il camionista, lo scrittore, il professore di latino, il ragazzo disoccupato seduto al bar, il commercialista quando arriva il week end, la ragazzina al 2° superiore, il prete sotto la tunica mentre decanta la sua omelia, mia madre ottantenne lo indossa alla scampagnata del lunedì di Pasqua. 

Il jeans, quel capolavoro di vestiario che risolve la nostra crisi quando non sappiamo che mettere. Ma chi è stato il genio che o ha inventato?

Certo risalire a colui che lo ha creato è difficile. C’è una serie di concomitanze, circostanze che non definisce esattamente chi lo ha creato, ma di certo sappiamo dove nasce.

Non ci crederete ma il jeans che sembra ‘parlare americano’ è roba nostra. Prodotto italiano nato a Genova nel lontano XVI secolo. Parliamo in questo periodo di creazione del tessuto: questo veniva impiegato per la realizzazione di sacchi per contenere vele e non solo proprio, al porto di Genova. In seguito, ci si rese conto che questa tela forte era adatta a pantaloni o tute da lavoro. Questa è roba nostra. Poi tra le varie partenze sempre dal porto di Genova, il tessuto e il pantalone emigrarono in America, dove c’era ad attenderli il signor Levi Strauss, commerciante di tessuti che chiese il brevetto per la produzione esclusiva di soprapantaloni da lavoro in denim rinforzati da rivetti. I cosiddetti “waist overalls” vanno a ruba tra cercatori d’oro, cowboy, operai e il signor Strauss guadagna milioni. I minatori sono stati i primi a portare i cosiddetti “overalls“.

Oggi il jeans nella sua continua evoluzione è il nostro must have di vita, per alcuni una seconda pelle. Ci sono quelli larghi, a vita alta, stretti elasticizzati, quelli push up, quelli blu seri, quelli decolorati sciatti, strappati, paillettati, corti alla caviglia, lunghi a zampa d’elefante, senz’orlo (comodo per accorciarlo fai –da- te) e chi più ne ha più ne metta.

Il jeans ti ‘coccola’: senza collant per noi donne, a un contatto con la pelle diretto sembra avvolgerti e proteggere la tua femminilità, le donne mi hanno capita!

L’uomo si sente macho e libero quando li indossa il fine settimana dopo aver portato completi che sembrano divise da galera per uffici.

Mia figlia di 8 anni vuole i jeans con gli strappi alle ginocchia perché ormai, dice, sono grande.

Sappiamo però quanto possa essere un prodotto ‘nocivo’: cotoni coltivati con pesticidi, trattamenti decoloranti o coloranti inquinanti, polveri sottili di tinte che vengono inalati per dare il colore ‘alla moda’.

E a questo proposito mi piace citare un’azienda, anche questa italiana, che ha scelto di realizzare un prodotto ecologico.

Nel 2012 nasce la società Par.co Fashion Srl e dopo un annetto di lavoro sul design, per i campioni e sdifettamenti, parte la prima produzione di jeans, inizialmente con un modello uomo e uno da donna come prodotti “no logo” di denim di cotone biologico e con lavaggi senza sostanze chimiche pericolose. Chapeau!!! Anche in questo modo si sta al passo coi tempi affinché anche il mitico jeans sopravviva, deve essere disintossicato e ‘ripulito’, ricordandoci sempre che è la nostra seconda pelle e come tale deve essere ‘sano’

I jeans sono il grado zero dell’abito o il non abito universale, senza bisogno di abbinamenti e accessori. I jeans sono il riflesso di una società indifferenziata, o in via di indifferenziazione (sia sociale, che professionale o sessuale).
Jean Baudrillard

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