Il giorno della memoria

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Il 27 gennaio del 1945 si aprirono per alcuni prigionieri, i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz. I prigionieri che erano scampati ai massacri, alle camere a gas, apparivano smagriti, scheletri che camminavano dinanzi alle schiere di soldati russi che per primi entrarono in quei luoghi. Erano pochi, i soli sopravvissuti al campo polacco, gli altri erano stati sterminati prima della ritirata.

Non solo ebrei, ma anche nomadi, dissidenti del regime nazista, testimoni di Geova, omosessuali, disabili, persone che avevano contribuito alla fuga dei ricercati e altre che ci avevano provato. Non importava se realmente colpevoli o meno, chiunque poteva incorrere nelle ire delle SS e quindi finire in un campo di concentramento.

I campi erano dislocati in più parti d’Europa, non solo in Germania, ma anche in Polonia, in Repubblica Ceca, in Austria. Ognuno di loro aveva un suo stile di vita e di sopravvivenza, che generava paura. Nei campi, le donne erano divise dagli uomini, i bambini, invece, spesso per sopravvivere quando gli adulti erano accompagnati a lavoro, si nascondevano. Spesso non trovavano scampo, come le tante persone che vi erano rinchiuse.

Di quei campi si ricordano soprattutto le moltitudini di scarpe, unico residuo degli uomini e delle donne che vi passarono. Di uno si ricordano soprattutto i bambini. A Terezin,nella Repubblica Ceca, venivano mandati i musicisti, gli artisti e soprattutto i bambini. Era un campo dedicato a loro. Tra le mura di quelle fredde carceri, ai piccoli che andavano dai 3 anni agli adolescenti, si dava una parvenza di normalità, che serviva solo ai prigionieri. I secondini, le guardie, le SS, sapevano benissimo che dai campi di concentramento non si usciva, nemmeno da morti.

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A Terezin i bambini seguivano lezioni di musica, di poesia, di letteratura, di arte, imparavano a esprimere le proprie emozioni, continuando a sperare in un futuro diverso, mentre, accanto a loro, i compagni sparivano e spesso non si lasciavano nulla alle spalle, se non l’odore acro della morte. Di quelle vicende così tragiche, sono rimaste le poesie di alcuni di loro, gli scritti, che raccontano della vita del campo, della tristezza, ma com’è consono ai bambini, raccontano anche di tanta speranza. “Ma no, mio Dio, noi vogliamo vivere! Non vogliamo vuoti nelle nostre file. Il mondo è nostro e noi lo vogliamo migliore. Vogliamo fare qualcosa. E’ vietato morire!” scriveva Eva Picková – anni dodici – morta a Terezin il 18/12/1943.

Sett’anni fa, ricordano in questi giorni, il mondo veniva messo dinanzi ad una realtà che non aveva volutamente riconosciuto per anni, non aveva voluto vedere. Negli anni della deportazione, non aveva voluto sentire il grido di dolore straziante di chi chiedeva aiuto. Eppure nei campi di concentramento erano stati inviati degli osservatori per accertarsi che i racconti non corrispondevano alle tante denunce di chi era entrato nei campi o aveva dei parenti. Nessuno aveva preso posizione, nessuno aveva creduto che quelle non erano solo carceri dove i prigionieri venivano seguiti e vivevano una vita votata alla morte.

Il mondo aveva chiuso gli occhi, i portoni di Auschwitz aveva fatto aprire loro quegli occhi e quelle orecchie. Adesso, però cominciavano a dover fare i conti con la propria coscienza, con le scelte che i governi avevano fatto durante quei tristi anni di buio totale. Scelte discutibili, che una guerra, come la seconda guerra mondiale, aveva costretto a fornire alle persone.

Il ventisette gennaio è il giorno della memoria, il giorno in cui il mondo vuole ricordare non solo la Shoah, perché gli ebrei uccisi nei campi furono tantissimi, ma non i soli. La memoria vuole evitare di dimenticare le centinaia di persone che in quei campi persero il loro essere umani, per diventare semplici marionette nelle mani dei propri carnefici.

La giornata della Memoria serve anche a ricordare al mondo che cose del genere, non dovrebbero accadere, che cose del genere vanno fermate, bloccate, perché non ci siano più morti innocenti, morti senza motivi, morti per fanatismo. Eppure il mondo non ha imparato. Da quel lontano 1945, il mondo ha vissuto tante altre volte momenti di assoluto degrado, di massacri: i desaparecidos, la guerra nella ex Jugoslavia, il massacro dei curdi, il massacro dei ceceni, quello degli indios per la foresta amazzonica, le continue stragi nella striscia di Gaza, i massacri in Somalia, in Ruanda, in Afganistan, in Iraq, adesso in Nigeria, in Siria. Tutto in nome della razza, della religione, della supremazia.

Gli uomini non hanno imparato ad evitare la violenza, anzi, continuano a farla propria.

Gli uomini non hanno imparato ad opporvisi per convinzione ideologica, ma a farlo per tornaconto economico.

Gli uomini hanno ancora tanto da imparare per essere uomini.

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