Estrocorti, contest nazionale di monologhi e corti teatrali a Bologna

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Si sta svolgendo a Bologna – e durerà fino al 30 settembre – Estrocorti, “contest nazionale di monologhi e corti teatrali” – organizzato dall’associazione culturale Estroversi presieduta dalla poetessa Cinzia Demi.

L’iniziativa è nata allo scopo – così come si è espressa la promotrice e organizzatrice di Estrocorti, l’attrice Alessandra Merico, in una video-intervista – di dar vita anche a Bologna ad una rassegna di corti e monologhi brevi che avesse un respiro nazionale. Le proposte sono arrivate, infatti, da tutta Italia, a riprova della grande vitalità del teatro in Italia a vari livelli, ma anche dell’affermarsi del corto e del monologo breve come generi a sé.

Estremamente meritoria, dunque, l’iniziativa di Estrocorti che ha organizzato una delle prime iniziative del genere a Bologna all’Officina Teatrale de’Maicontenti.

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La prima serata – il primo girone secondo la definizione dell’organizzazione (richiamo a Dante più che ai gironi di Champions?) – ha fin da subito mostrato quella che può considerarsi la caratteristica del contest: la grande varietà degli spettacoli selezionati, sia sul piano geografico, sia di genere, sia di linguaggio.

Si va infatti dal teatro politico di Sandra C dei romani Collettivo di Artisti FAUSche nasce dalla collaborazione tra Adriano Marenco, scrittore e drammaturgo Nathalie Bernardi, attrice, Patrizia Bernardiniattrice e regista, ed il musicista, poeta e performer Daniele Casolino– che ha rievocato la macelleria messicana del G8 di in modo originale, attraverso la lente del mito classico di Cassandra; al leccese ma bolognese d’adozione Mario Pascarielloche ha proposto un esilarante monologo “filosofico” tra stand-up e autofiction (in… definibile in definitiva); al divertente teatro di improvvisazione dei “bolognesi” Marco Capaldo e Vincenzo Musso(tre sketches articolati su tre parole suggerite dal pubblico); al curatissimo monologo, verrebbe voglia di dire “classico” vivaddio! – tra fiaba e inconscio – Rosaspina di e con Alessandra Baldoni; al “simpatico” dialogo di e sulla coppia (liberamente tratto da Le Correzioni di Franzer) di e con Felix Bellanti e con Laura Scaini; fino ad arrivare ad una sorta di rilettura del teatro dell’assurdo (in salsa hipster? Si può dire?) con Memorie di una signora per bene di e con Edoardo Pitrè (calabrese) con la triestina Agata Marchi (molto brava nella parte della madre), Alexandra Flores di origini rumene (la figlia) ed Emanuela Roxana, liberamente tratto da Scomparsa di un uomo lodevole di G. Celati e in cui il Sessantotto francese viene rivisto alla luce di molte suggestioni (Buñuel, David Lynch, la teoria Mitterand sui “nostri” fuoriusciti politici, detti a volte terroristi o viceversa etc…). Un po’ troppe, forse, le suggestioni, per risultare coerenti, ma è pur vero che si è trattato della più giovane delle compagnie in scena e forse pagava un obolo alla inesperienza (ma in compenso ci è sembrato lo spettacolo che più osava e incuriosiva e giustamente ha passato il turno, pardon, il girone).

Il livello è stato buono, dunque, abbastanza buono, non entriamo nel merito dei singoli spettacoli, anche perché ci piace in questa occasione mettere in evidenza l’iniziativa nel suo complesso. Ribadiamo che la prima cosa che ci ha colpito, a pancia, è stata appunto la varietà dell’offerta, come confermato dalla Merico stessa alla nostra domanda su quale criterio avesse seguito la giuria per selezionare gli spettacoli proposti (diciamo la filosofia di insieme della rassegna (ma esistono ancora filosofie di insieme o si va a casaccio?): quale teatro vogliamo, per dirla pomposamente): la varietà. E così infatti è stato e ne è venuto fuori (da questo primo girone ma immaginiamo anche dagli altri) una specie di contest-rassegna-sintesi di tutto ciò che può considerarsi teatrale; una satura-lanx collettiva, che era poi l’antico piatto misto latino da cui deriverebbe il nome satira e che rappresenta in un certo senso l’architrave del teatro, il suo humus primordiale (sarà così?).

Ma non potrebbe essere questo uno dei futuri “scenari” possibili del teatro, con spettacoli collettivi costituiti da micro opere di genere vario? E’ ancora possibile una classificazione? Siamo forse in un’età di mezzo… troppe domande e forse la fine è vicina…

In fondo è lo spettatore che deve in qualche modo decidere a quale teatro dedicarsi (sempre che ci sia ancora uno spettatore… ma l’affluenza di Estrocorti fa ben sperare): ma una/uno che recita e un’altra/altro che la/lo/li/le guarda si troverà sempre, anche davanti alla fine.

Molto interessante ed istruttiva l’intervista con la curatrice Merico cui abbiamo posto una domanda che da un po’ tormenta noi appassionati di teatro e residenti nella Bassa padana (ma con pedigree campano): come mai a Bologna non c’è una scena diciamo così off? Ci verrebbe quasi voglia di farne una sorta di inchiesta, di reportage come si usava un tempo. La Merico non dà una spiegazione ma concorda con noi su questa “stranezza”, eppure c’è il DAMS verrebbe voglia di dire. Tra l’altro.

Per la cronaca, sono passati alla semifinale Sandra C, Rosaspina e Memorie di una signora perbene.

A questo punto sarebbe anche finita la relazione sulla serata del 18 settembre e sulla iniziativa in generale, ma una piccola considerazione ci sembra d’uopo svolgerla (insomma, il pippone sul teatro in generale non ce lo possiamo far mancare). La sempre crescente diffusione dei contest dedicati ai corti teatrali ci porta a considerare il corto un genere a sé, al di là della contingenze (o anche grazie alla contingenze): un corto teatrale è più facile da allestire, non richiede spazi e tempi (e risorse economiche) di uno spettacolo dalla durata tradizionale e forse non richiede neanche quella attenzione dovuta dal pubblico ad uno spettacolo di 50 minuti e passa. Forse è cambiata del tutto la capacità degli spettatori: complice l’influsso dei media elettrici, l’attenzione è più flebile e spesso il pubblico apprezza maggiormente una varietà di spettacoli piuttosto che uno spettacolo unico (un cambiamento antropologico?).

Ma, come spesso accade, la difficoltà aguzza l’ingegno e si fa di necessità virtù: ed ecco che dunque si scrive, si recita, si allestisce apposta per i corti che hanno una loro grammatica parzialmente diversa da uno spettacolo lungo.

E dunque bisogna riconoscere la benemerenza di molti premi in giro per la penisola, opera meritoria di associazioni, compagnie, teatri, che appunto lanciano bandi per corti teatrali. E molti corti sono di fattura pregevolissima. Rimane forse il problema (o piuttosto rimpianto) di una loro, autonoma, collocazione in una rassegna o addirittura di una intera stagione a loro dedicata (una stagione di corti teatrali?): non sempre ampliare un corto è un’operazione che riesce.

Il vostro Ambivio Turpione

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