Antropocene, l’era dell’uomo

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l’uomo non ha intenzione di fermare la sua corsa alla ricchezza

“Mamma, ho visto i mostri! Erano immensi e potenti, più forti del mostro di Alien, anche se di lui avevano le sembianze”. Questa è la prima frase che mi è balzata in mente mentre assistevo, ieri sera a Antropocene. Li ho visti in azione mentre con decisione attaccavano e distruggevano, consapevoli o inconsapevoli di quello che stavano facendo. Quanto inconsapevoli, in verità, con le conoscenze e la cultura moderna, non so, ma so che erano orribili e inarrestabili, non solo per la forza, ma anche per la determinazione di continuare il proprio lavoro.

Ho appreso con sgomento che i mostri peggiori sulla terra siamo noi umani. E l’uomo non ha intenzione di fermare la sua corsa alla ricchezza a discapito dell’ecosistema, non ne comprende a pieno la sua difficoltà, non ha imparato dai suoi errori, nemmeno dinanzi alla visione di quello che sta facendo.

Sono rimasta ad osservare, spesso sconcertata, la scioltezza con cui, chi si occupa di questo, lo fa con tranquillità e naturalezza, senza osservare. Ho visto i più grandi escavatori in Germania, distruggere il terreno e insieme ad esso cittadine, in quella che è la più grande miniera del mondo. Le macchine utilizzate per fare ciò sono gigantesche, piccole piattaforme che si muovono trasportando con loro un piccolo palazzo e mi è venuto in mente il ricordo di quelle città viaggianti che negli anni passati, si progettavano per contrastare il cambiamento del clima, per scappare da zone poco accoglienti.  

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Antropocene – L’epoca umana, un documentario e un progetto multidisciplinare che esplora l’impatto dell’uomo sulla Terra. Il suo è un rapporto redatto dopo anni di studi, in cui gli scienziati hanno confermato che l’era in cui ci troviamo è quella Antropocene, l’epoca dell’uomo. Ma non è un’era di evoluzione, quanto un’era di distruzione. L’uomo non sta migliorando il suo ecosistema e per secoli ha soltanto deciso di sfruttare le risorse terrene, senza riflettere sul fattore essenziale, che tutto, prima o poi ha una fine.

Il documentario, diretto da Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky, Nicholas de Pencier e narrato da Alicia Vikander, il terzo di una trilogia, segue lo studio di geologi e scienziati, i quali affermano che, dopo l’Olocene, siamo entrati nell’era Antropocene, dove l’uomo, diventato la specie più forte, domina la Terra.

Il suo rendere la terra abitabile avviene attraverso l’estrazione mineraria, l’urbanizzazione, l’industrializzazione e l’agricoltura, la proliferazione delle dighe e il dirottamento dei corsi d’acqua, CO2 e acidificazione degli oceani a causa dei cambiamenti climatici, la presenza invasiva nel mondo di plastica, cemento e altri tecno fossili, deforestazione ed estinzione. Scenari apocalittici che ci portano in ogni parte del mondo: dalla fredda Siberia, dove si trova la città più inquinata del mondo, alle miniere di Carrara, dall’Asia alle Americhe, passando per l’Europa, senza dimenticare l’Africa, come Nairobi, la capitale del Kenia, con la discarica più grande del mondo in cui lavorano migliaia di persone a mani nude.

Realtà del nostro pianeta che spesso vengono ignorate, che fanno notizia per un momento, ma che successivamente, preferiamo relegare nella parte più estrema della nostra mente, concentrandoci sulle nostre vite, sui nostri agi, sulla ricerca del benessere materiale, dimenticandoci che la Terra è la nostra casa, il luogo senza il quale i nostri agi, non servirebbero a nulla.

Eppure siamo cresciuti vedendo i famosi documentari di Quark, dove venivano spiegati i sistemi vegetali e animali, cresciuti poi con il racconto della storia, la nostra, quella che dovrebbe aumentare la consapevolezza delle nostre azioni.

Ieri sera a vedere Antropocene c’erano davvero tante persone, sintomo che abbiamo deciso di cambiare rotta? Che vogliamo essere protagonisti della nostra era? Sarebbe davvero interessante e impegnativo. Allora, per chi ha deciso di diventare protagonista, non si lasci scappare la visione del documentario, a settembre nei cinema, ma soprattutto non si lasci affascinare per i soli 87 minuti di visione, ma porti con se la determinazione che serve per salvare il nostro ecosistema.

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